Un’identità che non cambia
A prima vista, quella di Antonio Matarazzo potrebbe sembrare una storia già vista: un imprenditore arrivato negli Stati Uniti, una crescita costruita nel tempo, risultati che si consolidano anno dopo anno. Basta ascoltarlo per capire dove sta il punto.
Dopo oltre vent’anni oltreoceano, Matarazzo continua a definirsi un imprenditore italiano in America. È una posizione precisa. Il suo modo di lavorare, di decidere, di leggere le persone nasce da un’impostazione costruita molto prima di partire.
Nel suo racconto c’è una linea continua, fatta di lavoro e resistenza. Nulla è arrivato facilmente. È stato un processo lungo, spesso faticoso, sostenuto da una disciplina che non ha mai avuto bisogno di essere dichiarata.
Il valore del sacrificio
Se guarda indietro, emergono soprattutto i sacrifici: il tempo tolto alla vita personale, la pressione costante, la responsabilità di portare avanti un progetto senza pause. Il risultato resta legato a ciò che è costato ottenerlo.
C’è una frase, semplice, che attraversa tutto il suo percorso. Gliela ripeteva sempre la nonna: “a chi lavora spetta il premio”. Non come incoraggiamento generico, ma come regola concreta. Un principio che nel tempo è diventato metodo.
n quella frase si ritrova la sua idea di impresa: niente scorciatoie, nessuna attesa passiva. Solo lavoro, continuità e fiducia nel fatto che i risultati arrivino, quando sono costruiti davvero.

Italia e visione globale
Il suo sguardo resta lucido. L’Italia è un Paese complesso, con limiti evidenti, e allo stesso tempo dotato di una forza culturale e creativa che continua a generare valore. Chi lavora all’estero ne diventa ambasciatore; chi resta a costruire ogni giorno ne sostiene la crescita.
Questa visione si riflette anche nel modo in cui descrive il mercato americano. Un sistema esigente, dove le fasi iniziali possono essere più rapide, mentre la realtà operativa richiede tempo, struttura e pazienza.
A Washington, i processi legati ai permessi si estendono per mesi prima di arrivare alla fase finale. Esistono figure che aiutano a orientarsi, ma il sistema resta articolato. Una volta avviata l’attività, il contesto è più fluido e il livello richiesto sale in modo netto.
Negli ultimi anni il mercato si è fatto più duro: costi del lavoro in aumento, inflazione, importazioni più onerose. I margini si riducono, la competizione cresce. Serve solidità, attenzione, coerenza. La qualità diventa il punto di partenza.
Il momento della verità
Il momento più delicato arriva con la pandemia. Un passaggio netto. Investimenti appena fatti, attività avviate, e poi il blocco.
La decisione arriva in modo diretto. Insieme al socio Matteo Venini, Matarazzo sceglie di andare avanti. Il gruppo legato a Stellina Pizzeria, con le sue quattro location nell’area DMV, resta operativo mentre cambiano modalità, organizzazione e offerta.
Il lavoro si sposta rapidamente su nuove soluzioni. Packaging, branding, take away, catering. Il rapporto con il cliente viene ripensato e mantenuto in forme diverse. Anche gli spazi si trasformano, diventano punti di passaggio, di distribuzione, di contatto.
È una fase di costruzione. La capacità di adattarsi senza perdere identità diventa l’elemento centrale.

Il valore delle persone
In questo equilibrio, il ruolo del partner è determinante. La condivisione delle scelte, una direzione comune, la possibilità di dividersi le responsabilità mantenendo allineamento. Accanto a questo, lo staff: persone cresciute nel tempo, che riflettono un metodo prima ancora che un’organizzazione.
Il suo percorso si regge su elementi semplici: continuità, lavoro, capacità di adattamento. A questi si aggiunge una formazione che unisce economia, esperienze internazionali e una forte attenzione al marketing, parte integrante del progetto.
Uno sguardo verso il futuro
Oggi lo sguardo si allarga. Accanto alla ristorazione prende forma un progetto legato al turismo. L’idea è riportare attenzione su Avellino e sull’Irpinia, un territorio ancora poco raccontato fuori dall’Italia.
L’obiettivo è costruire un collegamento reale tra due mondi, offrire a chi arriva un’esperienza più autentica, lontana dai percorsi più prevedibili. Un lavoro che richiede tempo e segue la stessa logica con cui ha costruito tutto il resto.
Una direzione chiara
Alla fine, resta una sensazione chiara. Antonio ha mantenuto una direzione riconoscibile, adattando il contesto al proprio modo di lavorare.
Guarda all’America con rispetto, ne riconosce le opportunità e la capacità di premiare il merito. L’Italia resta il suo riferimento. È rimasta lì, come origine e come orizzonte.
E forse è proprio questo il tratto più preciso della sua storia.
La continuità.
Il modo in cui si costruisce, giorno dopo giorno.
Se oggi potesse incontrare il ragazzo partito anni fa, saprebbe cosa dirgli.
Una frase breve. Essenziale:
“Sono orgoglioso di te”.




