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Candidata all’ottantesima edizione del Premio Strega, il riconoscimento letterario più prestigioso in Italia e da sempre punto di riferimento per la narrativa contemporanea, Paola Dell’Erba entra nel dibattito culturale con Penultimo Desiderio (Graus Edizioni), un romanzo intenso e stratificato che interroga il rapporto tra memoria, dolore e linguaggio.
Al centro della storia c’è Virginia Stella, ex insegnante di religione segnata da un passato familiare traumatico e della misteriosa morte della sorella nella periferia napoletana. Sull’orlo del collasso esistenziale, la protagonista tenta di ricostruire il senso della propria vita attraverso la scrittura di un’autobiografia. Ma ciò che nasce come un progetto ordinato si trasforma presto in un diario aperto, in cui il presente irrompe e incrina ogni possibilità di chiusura definitiva.

Il romanzo si configura come un percorso di attraversamento del trauma e, insieme, come una riflessione radicale sul potere e sui limiti della parola. In questo spazio instabile, dove il linguaggio può tanto ferire quanto salvare, si apre la possibilità di un senso che non coincide più con certezze assolute, ma con una fragile e ostinata ricerca di sopravvivenza.
In questa intervista, Dell’Erba racconta la genesi del libro, il rapporto tra scrittura e verità e il significato di una candidatura che porta la sua voce all’attenzione del grande pubblico, anche oltre i confini italiani.

“Penultimo desiderio” è il suo primo romanzo. Da dove nasce questo libro? C’è stato un momento, un’immagine o un’urgenza precisa da cui ha preso avvio la scrittura?

In realtà, avevo già pubblicato un romanzo nel 2019, dal titolo Pigmento Blu 29. Il colore dell’impossibile, con l’editore Albatros, ma a causa dello scoppio della pandemia Covid non fu possibile realizzare alcuna forma di promozione del libro. Nonostante la sua forma compiuta, esso rimane, almeno per ora, un libro nel cassetto.
La storia di Virginia Stella ha preso forma in riferimento a fatti di cronaca accaduti nella periferia di Napoli negli anni Ottanta e che avevano interessato persone a me vicine. A mia stessa insaputa, nel tempo avevo inconsciamente convissuto con l’immagine misteriosa e nebulosa di una donna a cui non sapevo comunque attribuire né più un nome né più sembianze, e che lentamente, senza che io ne fossi cosciente, si stava trasformando nel personaggio di un libro. Quello di Virginia è per me, in generale, un contesto “familiare”: i miei nonni, come quelli di Virginia, vennero evacuati nel dopoguerra dagli ex possedimenti italiani del Dodecaneso, tra cui Rodi, e come tanti altri furono sistemati tra i vari centri di accoglienza dei profughi sul territorio italiano. Nel 1955, dopo anni e anni di attesa, circa quattrocento di questi gruppi familiari ebbero assegnate le agognate case popolari nel Rione Baronessa di San Giovanni a Teduccio ed lì, in questo luogo sociale ben circoscritto e delimitato, separato dal resto del territorio, che inizia la storia di Virginia Stella.

Virginia Stella è un ex insegnante di religione che attraversa una crisi profonda. Più che una perdita, la sua sembra una trasformazione del modo di cercare senso. E’ anche una riflessione sul destino del sacro oggi?

Sì, il superamento della crisi esistenziale e la riscoperta di un nuovo senso del sacro e della sacralità vanno di pari passo nel libro. Entrambe prevedono infatti una fase iniziale di decostruzione e una fase successiva di ricostruzione. La decostruzione avviene sia attraverso il recupero mnemonico dell’insofferenza quasi fisiologica verso alcuni aspetti della confessione religiosa, sordo e cieco dogmatismo, astrattezza, ipocrisia, vicinanza a poteri criminali, solo per fare alcuni esempi, sia attraverso un gesto imprevisto di concretizzazione e di attuazione della religiosità francescana che da sempre aveva accompagnato Virginia, soprattutto per tramite della figura paterna. Un gesto sollecitato da alcuni eventi di svolta, o game-changers, che, prepotentemente, si insinuano nel presente della protagonista facendo vacillare tutto l’impianto delle sue certezze, tra le quali il progetto suicida stesso. La riflessione sul sacro nella società odierna, dunque, si declina nel librocome una riscoperta di termini quali interazione, impegno, responsabilità. Gli unici capaci di restituire un impulso alla sopravvivenza e di sottrarre l’individuo a un’esistenza altrimenti votata al non senso e all’assurdo.

La memoria, nel libro, è instabile e continuamente riscritta. Quando si racconta il passato, secondo lei, si compie un atto di fedeltà o inevitabilmente di reinvenzione?

Nella prima parte del romanzo la memoria è il motore della scrittura autobiografica, certo, ma proprio qui si gioca tutta la scommessa sull’affidabilità di tale operazione. Come cercare ancora verità o perfino solo verosimiglianza nel racconto autobiografico, orale e scritto, dopo Freud? Cosa può restituire più sicurezza e riparo a un io che “non è più padrone in casa sua”? I grandi nomi del pensiero moderno, Camus, Sartre, Nietzsche, Derrida, Blanchot, Lévinas e altri,  ci hanno ormai rivelato che ogni scrittura autobiografica sia una contraddizione in termini, che ogni tentativo di dire equivalga a un tacere e a un non-dire; ci hanno dimostrato che le parole non sono mai filtri neutri attraverso cui la coscienza si rende visibile e tangibile; che la più veritiera delle scritture non arriva a costituirsi come verità e come corpo testuale ma sempre e solo come costruzione, nella dialettica infinita fra la traccia e la cancellazione della traccia. In Penultimo desiderio, tuttavia, la scrittura autobiografica non produce solo frustrazione e senso di sconfitta, poiché si rivela essere essa stessa un organismo vivente dotato di un potentissimo anelito alla continuazione e dunque alla sopravvivenza. Paradossalmente, proprio per la sua natura eternamente sostitutiva, differita e incapace di rappresentare in forma compiuta, la scrittura autobiografica potrebbe svincolare la protagonista dal progetto estremo di morte che avrebbe inteso mettere un punto finale alla narrazione.

Napoli, pur non essendo solo uno sfondo, appare come un luogo carico di contraddizioni, vitalità e violenza. Che ruolo ha lo spazio, e in particolare la periferia, nella costruzione emotiva della storia?

Non ho mai pensato a Virginia come ad una cittadina napoletana, ed è strano se consideriamo che il suo è un personaggio fortemente caratterizzato dal punto di vista storico e sociale, quasi non immaginabile se non in quel preciso contesto in cui ci viene descritta e che al lettore è dato identificare fin nei minimi dettagli. Tuttavia, questo “sapere tutto” sull’ambiente in cui si muove la protagonista, non mi ha mai restituito un senso di appartenenza territoriale; ai miei occhi, Virginia è e dovrebbe restare una pedina liberamente movibile nel gioco totale della finzione narrativa,predisposta cioè a essere inserita in qualsiasi altrove del cosmo. Resto del parere che la potenza di un libro sia tutta nella sua capacità di focalizzare l’attenzione sul particolare per poi, quasi magicamente, consegnarlo al lettore sotto forma di universale. Avrei potuto costruire la storia di Virginia in qualunque altro luogo del nostro pianeta, ecco!

Il romanzo intreccia dimensione privata e questioni più ampie, quasi collettive. Quanto sente che la storia di Virginia parli anche di una condizione contemporanea condivisa?

Il senso di impotenza davanti alle ingiustizie e alla violenza esperito da Virginia è sempre più diffuso nella nostra società. Il rischio di divenire tanti “pesci fuor d’acqua”, come accade alla protagonista di questa storia, è sia di tipo psicologico che sociale. Uno dei temi ricorrenti del viaggio di Virginia, ad esempio, è la scoperta di doversi sbarazzare delle categorie linguistiche del pensiero, caratterizzate inevitabilmente da gerarchie, giochi di potere ed esclusioni: oggi, purtroppo, ciò non è più qualcosa di scontato. Sembrava che ce la stessimo facendo, di essere ormai sulla giusta strada del rispetto per ogni forma di diversità sociale, per la natura, eppure oggi la storia del nostro presente ci dice ben altro! A tratti, sembra improvvisamente troppo tardi, adesso. Uno dei messaggio del libro, simbolicamente rappresentato da un Ginkgo, è che la salvezza individuale o ilbenessere interiore siano luoghi di interazione e di scambio piuttosto che luoghi di ritiro spirituale che schivano la contaminazione e inseguono l’immunità per la propria anima. Il Ginkgo, nel suo essere un fossile vivente capace di sopravvivere a quasi tutto – temperature estreme, inquinamento atmosferico, radiazioni ionizzanti – è la metafora perfetta di come perfino la salvezza individuale, quando circondata da macerie e rovine, sia un’immagine che evoca soltanto tristezza.

La candidatura al Premio Strega colloca il suo romanzo in un contesto di grande visibilità per la narrativa italiana. Che valore attribuisce a questo riconoscimento e che tipo di dialogo spera di aprire con i lettori, anche al di fuori dell’Italia?

Sì, la partecipazione all’ottantesima edizione del Premio Strega è naturalmente per me motivo di soddisfazione e di orgoglio, soprattutto per la visibilità che un premio così prestigioso regala a chi, come me, non avrebbe a disposizione molti altri agganci mediatici per stabilire un rapporto di fiducia con il pubblico lettore. Il mio editore, in questo senso, ha coraggiosamente proposto al Premio il lavoro di un autore dal nome sconosciuto, e di questo sarò a Pietro Graus per sempre molto grata. Per quanto concerne infine quest’ultima domanda, ebbene, mi auguro soprattutto che il dialogo tra me e i lettori sia fatto di Emozioni.

Grazie a una storia, a una pagina bianca, ogni ultimo desiderio può divenire un penultimo desiderio…