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WASHINGTON — C’è un momento in cui una cena smette di essere solo un’esperienza gastronomica e diventa racconto collettivo. È quello che è accaduto al ristorante Stellina DC, dove la comunità italiana si è ritrovata per celebrare un passaggio destinato a lasciare traccia: il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.

Non una celebrazione formale, ma un incontro concreto tra persone, storie e visioni. Un modo per dire, con chiarezza, che la cucina italiana non è solo eccellenza culinaria, ma un sistema culturale che continua a vivere e trasformarsi, anche lontano dall’Italia.

     

Un riconoscimento senza precedenti

Il punto centrale della serata è stato il collegamento video di Paolo Petroni, presidente dell’Accademia Italiana della Cucina, intervenuto il 19 marzo, data simbolica tra tradizione e ricorrenze.

Nel suo intervento, Petroni ha chiarito subito un aspetto decisivo: quello assegnato alla cucina italiana è un riconoscimento unico. Non riguarda una singola pratica o un sapere specifico, ma l’intera cucina nazionale, nella sua complessità.

Una scelta che ha richiesto un cambio di prospettiva. La candidatura, avviata nel 2023 con il contributo di istituzioni e realtà culturali come Fondazione Casa Artusi e la rivista “La Cucina Italiana”, si è confrontata con una difficoltà evidente: definire la cucina italiana senza ridurla.

Non un elenco di piatti, ma uno stile di vita

La soluzione, ha spiegato Petroni, è stata quella di spostare il focus. Non sulle ricette, ma sul contesto che le rende possibili.

La cucina italiana è stata proposta – e riconosciuta – come uno stile di vita, fatto di:

  • convivialità

  • rispetto degli ingredienti

  • trasmissione familiare del sapere

  • continuità tra generazioni

È questa dimensione sociale che l’UNESCO ha scelto di valorizzare: una pratica quotidiana che si rinnova senza perdere radici, capace di unire territori diversi in un’identità condivisa.

Il rischio delle semplificazioni

Nel suo intervento, Petroni ha anche indicato un punto critico: il rischio di fraintendimenti.
Il riconoscimento UNESCO, ha sottolineato, non è un marchio di qualità da applicare a ristoranti o attività commerciali.

È, al contrario, il riconoscimento di un patrimonio collettivo. Una distinzione che diventa fondamentale in un contesto in cui il valore culturale rischia facilmente di essere trasformato in leva commerciale.

Il racconto nel piatto

La seconda parte della serata ha tradotto queste parole in esperienza concreta. Il menu ha seguito una linea coerente: piatti legati alla tradizione, lavorazioni artigianali, nessuna ricerca di effetto.

Dalla zuppa etrusca alle lagane con ceci fatte a mano, fino alla carne con polenta brasata e al dessert al cioccolato e nocciola, ogni portata ha mantenuto un equilibrio preciso tra memoria e semplicità.

Non una reinterpretazione, ma una restituzione.

Tre protagonisti, una visione condivisa

A interpretare questa idea di cucina, tre figure con percorsi diversi ma convergenti:
Riccardo Orofino, arrivato da New York e alla guida della rinomata Osteria 57; Matteo Venini, chef e proprietario di Stellina; e Amy Riolo, chef e impegnata da anni nella promozione della cultura gastronomica italiana a livello internazionale.

Tre approcci diversi, ma una stessa direzione: riportare al centro il valore culturale del cibo.

Il ruolo della comunità italiana

A rendere possibile la serata è stato anche il lavoro della comunità italiana di Washington, con il contributo di Maby Palmisano, Presidente del COMITES Washington DC. La dottoressa Palmisano ha preso la parola con un intervento intenso e misurato, capace di riportare l’attenzione sull’essenza più autentica della cucina italiana: la convivialità. In qualità di delegata dell’Accademia Italiana della Cucina e presidente di Italians in DC, realtà attiva nell’organizzazione di iniziative per la comunità italiana nella capitale, Palmisano ha sottolineato come la tavola sia, prima ancora che un luogo del cibo, uno spazio di relazione e identità. “La cucina italiana — ha ricordato — nasce da una storia lunga e stratificata, fatta di territori, scambi e tradizioni familiari, ma trova il suo significato più profondo nel gesto della condivisione“.

È proprio in espressioni semplici e quotidiane che questa cultura si riconosce: “mangia con noi”, oppure “aggiungiamo un posto a tavola”. Parole che vanno oltre l’invito e diventano un atto di apertura, un modo per includere, accogliere, costruire comunità. Un richiamo diretto, che ha dato alla serata una dimensione più ampia: non solo celebrazione gastronomica, ma momento consapevole in cui il cibo torna a essere linguaggio, memoria e legame.

Oltre la cena, un messaggio

Da Stellina  non si è celebrato solo un riconoscimento. Si è reso visibile un passaggio.

Se fino a oggi la cucina italiana è stata percepita soprattutto come eccellenza gastronomica, il riconoscimento UNESCO ne ridefinisce il significato: non solo ciò che si mangia, ma il modo in cui si vive il cibo.

È qui che si gioca la partita più importante.
Non nella conservazione, ma nella capacità di continuare a trasmettere, adattare, condividere.

Per una sera, a Washington, questo è stato evidente. E, soprattutto, tangibile.