Crescere tra due culture significa avere due modi di vedere il mondo — e, nel caso della pianista Francesca Hurst, anche due modi di ascoltarlo. Divisa tra Italia e Stati Uniti, Hurst ha trasformato questa doppia identità in una risorsa artistica: dal rock e Motown amati dal padre alle melodie italiane care alla madre, fino alla formazione classica e a una carriera che abbraccia concerti, insegnamento universitario e collaborazioni nella musica contemporanea.
In questa intervista, racconta come le sue radici, i suoi maestri e la passione per il repertorio contemporaneo abbiano plasmato il suo percorso, e perché crede profondamente che la musica possa unire culture diverse.

Hai radici sia italiane che americane. In che modo queste due culture ti hanno influenzata, come persona e come musicista?
Mi sento davvero fortunata ad essere cresciuta tra due culture, due lingue e con famiglie in due Paesi diversi! Entrambi i miei genitori suonavano un po’ il pianoforte e amavano la musica, e in casa si ascoltava musica classica.
Mio padre adorava il rock & roll classico, il doo-wop, la Motown e artisti come Dionne Warwick. Mia madre invece amava Peppino di Capri, Elvis Presley, Nat King Cole e anche il flamenco. Fin da piccola, quindi, sono stata esposta a influenze musicali molto diverse, provenienti da entrambe le sponde dell’Atlantico.
Quando hai capito che la musica — e il pianoforte in particolare — sarebbero diventati così importanti nella tua vita?
Anche se ho studiato seriamente dai 5 ai 18 anni, non avevo mai pensato di fare della musica una carriera. Credo di aver capito quanto fosse importante durante il mio anno di studio a Firenze.
Avevo pochissimo tempo per esercitarmi, e proprio per questo quell’ora quotidiana diventava preziosissima. Mia madre diceva sempre: “Con la musica, non sei mai sola”. E aveva ragione.
C’è stato un momento, un insegnante o un’esperienza che ha davvero cambiato il tuo percorso musicale?
Ce ne sono stati diversi. Ho avuto la fortuna di studiare con insegnanti straordinari, e ognuno ha lasciato un segno nel mio percorso.
La mia prima insegnante, Maryen Herrett, con cui ho studiato dalle elementari fino al liceo, mi ha dato una base tecnica e musicale solidissima. All’università inizialmente studiavo biologia, ma grazie al mio R.A., ho incontrato Faina Lushtak, che è diventata la mia insegnante a Tulane. Mi ha ispirata con la sua sensibilità musicale e il suo senso dell’umorismo, qualità che cerco di trasmettere anche io oggi.
Durante gli studi a Tulane, ho trascorso un periodo a Firenze e ho lavorato come dogsitter… per un pianista da concerto! Il suo ex studente, il professor Ivo Kaltchev, è poi diventato il mio docente durante il master, con il quale ho successivamente completato anche il dottorato. È stato lui ad aiutarmi a scoprire davvero il mio potenziale come performer.
Ci sono poi tanti momenti speciali: quando uno studente suona in modo così bello da lasciare entrambi senza parole, quando qualcuno mi dice di aver avuto i brividi ascoltando una dimostrazione, o quando un genitore mi dice che i miei studenti “non hanno solo suonato, ma hanno fatto musica”.
Anche durante i concerti, ci sono attimi in cui il tempo sembra fermarsi e sento il pubblico completamente con me: sono quei momenti che mi ricordano perché faccio questo lavoro.
Dal punto di vista professionale, un’esperienza fondamentale è stata quella con il Great Noise Ensemble, gruppo di musica contemporanea con sede a Washington DC. Ho lavorato con loro per dieci anni, entrando in contatto con compositori viventi e nuovi repertori, costruendo così la mia identità come pianista di musica contemporanea. Dall’anno scorso collaboro anche con il Fuse Ensemble,, un gruppo da camera che esegue musica elettroacustica, ampliando ulteriormente il mio percorso nella musica contemporanea.
Durante la pandemia, ho avviato il progetto Daily Dose of Piano, registrando un brano al giorno per 100 giorni. Non solo compositori conosciuti, ma anche musica contemporanea e ben 14 prime esecuzioni. È stata un’esperienza incredibile, sia dal punto di vista tecnico che umano, e mi ha insegnato molto su me stessa e sulla mia creatività.

Ph. Credit: Paul Bohman
Oltre a esibirti, insegni anche all’università. Cosa speri che i tuoi studenti imparino oltre alla tecnica?
Vorrei che i miei studenti si sentissero sicuri, creativi e pronti ad affrontare il mondo professionale. Oggi i musicisti devono saper fare tante cose diverse e creare le proprie opportunità. È fondamentale imparare a pensare in modo flessibile e innovativo.
La musica è spesso definita un linguaggio universale. Secondo te può davvero unire culture diverse?
Assolutamente sì. Musicisti provenienti da Paesi e culture diverse possono suonare insieme senza bisogno di parole. Anzi, spesso riescono a comunicare più profondamente proprio attraverso la musica. E questo vale per tutti i generi, non solo per la musica classica. La musica trascende le barriere.
Mantieni ancora oggi un forte legame con l’Italia?
Sì, fortunatamente sì! Mia madre era di Salerno e gran parte della mia famiglia vive ancora lì, quindi torno ogni anno. Negli Stati Uniti frequento gruppi italiani per mantenere viva la lingua, e sono in contatto costante con i miei cugini.
Inoltre, insegno all’Orfeo Music Festival in Trentino durante l’estate. Ho già avuto occasione di esibirmi in Italia e spero di tornarci presto.

Ph. Credit: Paul Bohman
Hai notato differenze tra il pubblico italiano e quello americano?
È una domanda interessante. Gli italiani, in generale, hanno maggiore familiarità con le melodie dell’opera. Non è raro immaginare una piazza intera che canta “La donna è mobile” o “Nessun dorma”.
Negli Stati Uniti, invece, i programmatori musicali sembrano più aperti a proporre compositori meno noti o repertori meno tradizionali. Forse questo riflette una maggiore curiosità verso la musica nuova.
Molti giovani oggi si sentono lontani dalla musica classica. Come si può avvicinarli?
Portandoli ai concerti! Esistono tanti eventi pensati per i più giovani, spesso anche con biglietti ridotti. È importante che la musica diventi una parte normale della vita, non qualcosa di eccezionale.
E poi, incoraggiarli a suonare uno strumento. Ovviamente io consiglio il pianoforte, ma qualsiasi strumento va bene: aiuta ad ascoltare, concentrarsi e apprezzare la musica. Fondamentale è anche trovare un insegnante con cui si trovino bene.
C’è un momento della tua carriera che ricordi come particolarmente significativo?
Sì, un concerto nella Chiesa di San Giorgio a Salerno, qualche anno fa. È stata la prima volta che molti dei miei parenti italiani mi hanno sentita suonare dal vivo. È stato davvero emozionante.
Quali progetti futuri ti entusiasmano di più?
Sono molto entusiasta per l’uscita del mio primo album solista, in arrivo a breve! Include musiche di tre compositrici contemporanee viventi, ed è un progetto di cui sono davvero orgogliosa.
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