Per oltre un secolo abbiamo raccontato l’emigrazione italiana guardando soprattutto al luogo da cui si partiva. Oggi milioni di cittadini italiani vivono fuori dai confini nazionali, insieme a generazioni di discendenti che continuano a riconoscere nell’Italia una parte della propria storia. Con Toni Ricciardi, storico delle migrazioni, professore all’Università di Ginevra e deputato eletto nella circoscrizione Estero, siamo partiti dal suo ultimo libro, Una repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo, per rileggere la storia italiana attraverso le partenze, i ritorni, il lavoro, la memoria e una domanda che riguarda sempre di più il presente: che cosa significa oggi essere italiani nel mondo?
Quando Toni Ricciardi mi fa notare che tra il referendum del 2 giugno 1946 e l’accordo con il Belgio passarono appena ventuno giorni, è proprio quel numero a restarmi in testa.
Il 2 giugno gli italiani e, per la prima volta in una consultazione politica nazionale, le italiane scelgono la Repubblica. Ventuno giorni dopo, il 23 giugno, Italia e Belgio firmano un protocollo che prevede l’invio di 50mila lavoratori italiani nelle miniere belghe e, in cambio, la fornitura di carbone di cui il nostro Paese ha bisogno per rimettere in moto una ricostruzione ancora tutta da fare.
Ventuno giorni separano quindi il momento in cui l’Italia decide che Stato vuole essere da quello in cui migliaia di suoi cittadini vengono chiamati a partire per contribuire, lavorando altrove, alla ricostruzione di casa.
«La prima cosa che la neonata Repubblica fa è ripartire esattamente da dove aveva concluso l’Italia precedente: dall’emigrazione», mi dice Ricciardi.
È da questa osservazione che prende forma il suo ultimo libro, Una repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo, e anche la nostra conversazione. Perché la storia italiana cambia prospettiva quando l’emigrazione viene riportata al centro e letta per ciò che è stata: una componente strutturale della costruzione economica e sociale del Paese e, in alcuni momenti, anche una precisa scelta di politica internazionale.

L’Italia del dopoguerra è povera, ferita, con un sistema produttivo da ricostruire e una collocazione internazionale da ridefinire. La partenza dei lavoratori si inserisce in una storia che aveva già radici profonde. Ricciardi ricorda che, a partire dal 1868, attraversando l’Italia liberale, il fascismo e poi la Repubblica, furono sottoscritti circa 150 tra protocolli, trattati, convenzioni e accordi legati alla mobilità dei lavoratori italiani. Dal 1876, primo anno delle statistiche ufficiali sull’emigrazione, nell’arco di un secolo partirono circa 27 milioni di italiani, una cifra paragonabile alla popolazione che il Paese contava all’indomani dell’Unità.
Quella centralità arriva anche nella Costituzione. L’articolo 35 riconosce la libertà di emigrazione e tutela il lavoro italiano all’estero, una formulazione che racconta quanto il fenomeno fosse percepito come parte integrante della vita nazionale.
«L’emigrazione era un elemento ineludibile sul piano sociale, ma rappresentava anche una vera e propria strategia geopolitica e geoeconomica».
Nel ragionamento di Ricciardi c’è però un altro passaggio che mi interessa particolarmente, perché riguarda il modo in cui un Paese costruisce l’immagine del proprio futuro. Per organizzare grandi flussi migratori servivano accordi internazionali, certo, ma serviva anche qualcosa capace di entrare nell’immaginario collettivo.
«Dovevi generare una grande narrazione, un’idea collettiva che spingesse le persone a emigrare».
Nell’Italia del dopoguerra il cinema assume un ruolo enorme. I film americani mostrano inizialmente una società difficile da riconoscere per chi vive in un Paese nel quale possedere una bicicletta può già rappresentare un piccolo segno di benessere. Poi arriva il Neorealismo e sullo schermo compaiono luoghi, volti e condizioni sociali familiari: la provincia, il lavoro che manca, le mondine, i disoccupati napoletani, la fatica quotidiana. Dentro quelle storie compare spesso anche la possibilità di partire.
Poi arriva Marcinelle.
L’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier, muoiono 262 lavoratori. Centotrentasei sono italiani. La tragedia diventa uno dei simboli più dolorosi dell’emigrazione italiana e, nella lettura di Ricciardi, anche uno spartiacque dentro un Paese che di lì a poco avrebbe iniziato a raccontarsi in modo completamente diverso.
Alla fine degli anni Cinquanta comincia la stagione del miracolo economico, ma quel miracolo attraversa l’Italia con velocità differenti. Le grandi città e una parte del Nord conoscono industrializzazione, crescita dei salari e nuovi consumi, mentre in molte province la modernizzazione procede anche grazie al denaro inviato da chi lavora all’estero.
Dietro le rimesse ci sono storie che in tante famiglie italiane conosciamo ancora bene: la casa costruita al paese, gli studi pagati a un figlio, il primo elettrodomestico, un terreno acquistato, una piccola attività avviata. Per migliaia di famiglie il lavoro svolto a centinaia o migliaia di chilometri di distanza entra direttamente nella vita quotidiana e nelle possibilità di futuro.
Quando gli chiedo quanto l’Italia di oggi debba a quegli emigrati, Ricciardi usa una parola che sull’audio voglio riascoltare ancora una volta prima della pubblicazione, proprio perché pesa moltissimo: «Tutto».
Pochi anni dopo cambia anche l’immagine che il Paese ha di sé. Ricciardi sceglie una scena precisa: Anita Ekberg dentro la Fontana di Trevi nella Dolce Vita. È il 1960 e quell’Italia appare ormai lontanissima da quella delle partenze del dopoguerra.
«L’Italia smette di raccontarsi come un Paese di morti di fame e comincia a raccontarsi come un Paese dove è bello vivere».
Il boom, le automobili, la moda, il design e un nuovo benessere costruiscono un’immagine destinata ad accompagnarci per decenni. Mentre l’Italia diventa nel mondo il Paese desiderabile, la memoria dell’emigrazione comincia progressivamente a spostarsi sullo sfondo. Le partenze continuano, mentre cambia il modo in cui le raccontiamo.
E quando, soprattutto dalla seconda metà degli anni Novanta, gli italiani tornano a partire in maniera consistente, troviamo una nuova espressione capace di sintetizzare quasi tutto: fuga dei cervelli.
A Ricciardi basta sentirla per reagire.
«Bruttissima».
Lo dice sorridendo, poi entra nel merito. Per anni, spiega, questa formula ha finito per costruire una rappresentazione molto selettiva della nuova emigrazione: il ricercatore, il medico, l’ingegnere, il professionista che lascia l’Italia perché il suo talento trova all’estero opportunità migliori.
La realtà, secondo i dati che Ricciardi studia da anni, ha una composizione molto più ampia. Partono laureati e diplomati, lavoratori qualificati e persone con livelli di istruzione differenti, giovani e meno giovani. E partono per ragioni che spesso si sovrappongono: il salario, la carriera, l’amore, una qualità della vita migliore, una possibilità concreta che altrove semplicemente esiste.
Ricciardi insiste soprattutto sul lato autoassolutorio della formula. Se chi parte diventa sempre un’eccellenza, allora è facile raccontare che il problema riguarda persone talmente specializzate da avere bisogno della NASA, del CERN o di grandi centri internazionali. Molto più scomoda è la domanda su chi trova altrove condizioni migliori facendo un lavoro assolutamente ordinario.
«Chi parte ha il cervello e chi resta pure».
Anche quando parliamo di chi sceglie di restare, Ricciardi evita classifiche morali. Conosce bene il lavoro di Vito Teti sulla “restanza” e, dopo quasi trent’anni passati a studiare le migrazioni, racconta di avere rinunciato a stabilire chi abbia più forza tra chi parte e chi rimane. Sono esperienze diverse, legate a biografie, famiglie, territori e possibilità differenti.
Tra l’emigrazione degli anni Sessanta e quella contemporanea individua invece una continuità molto concreta: il valore del lavoro.
«La gente parte perché spostandosi di mille, duemila, cinquemila o diecimila chilometri fa lo stesso lavoro pagato il doppio, il triplo, il quadruplo, con una prospettiva di crescita occupazionale completamente diversa».
La vera distanza tra ieri e oggi, secondo lui, si trova soprattutto nel ritorno. L’emigrante del Novecento partiva spesso immaginando una permanenza temporanea, anche quando la realtà avrebbe poi trasformato pochi anni in una vita intera. Risparmiava, mandava denaro a casa, costruiva nel luogo d’origine e continuava a vedere il ritorno come una possibilità concreta.
Oggi chi parte costruisce molto più facilmente nel Paese di arrivo anche il proprio futuro: investe lì, compra casa, cresce i figli, consolida una carriera e una nuova rete di relazioni. È un cambiamento che riguarda profondamente anche l’Italia, perché sposta il problema dalla sola capacità di far tornare le persone alla capacità di mantenere con loro un rapporto.
Ed è qui che la conversazione arriva esattamente al punto dal quale nasce il progetto editoriale di United States of Italy.
Per anni abbiamo raccontato ogni partenza attraverso la perdita: un giovane in meno, una competenza in meno, un lavoratore in meno, un paese che continua a svuotarsi. È una parte reale del problema, soprattutto in un’Italia che attraversa una crisi demografica sempre più evidente. Accanto a quella perdita esiste però una rete immensa di cittadini italiani che vivono, lavorano e costruiscono relazioni fuori dai confini nazionali e che possono continuare a essere parte della storia economica, culturale e sociale del Paese.
Oggi circa 6,4 milioni di cittadini italiani risiedono ufficialmente all’estero. Intorno a loro esistono poi milioni di discendenti, oriundi, seconde e terze generazioni che mantengono con l’Italia legami molto diversi tra loro, spesso difficili da ridurre a un dato statistico.
Chiedo a Ricciardi quanto l’Italia sappia davvero trattare questa presenza come una rete globale.
La sua risposta arriva attraverso tre parole molto semplici.
«Se vuoi valorizzare una risorsa che hai all’estero, devi ascoltarla, darle rappresentanza e darle risorse».
Poi mi fa un esempio che racconta il concetto meglio di molte formule sull’internazionalizzazione: la cucina italiana.
Oggi celebriamo la diffusione della pasta, del pomodoro, dei prodotti italiani e della nostra gastronomia come uno dei grandi successi del Made in Italy. Ma quella storia comincia molto prima delle campagne di promozione e delle strategie commerciali.
Comincia quando un italiano apre un ristorante a New York, quando una famiglia importa prodotti a Zurigo, quando una comunità continua a cucinare ciò che conosce e lentamente fa entrare quei sapori nelle abitudini del Paese che la ospita. Prima dei programmi di internazionalizzazione e della diplomazia economica, sono stati milioni di emigrati a creare mercati, curiosità e familiarità intorno ai prodotti italiani.
Prima del Made in Italy globale sono arrivati gli italiani.
Ed è forse uno dei passaggi che meglio spiega quanto la diaspora abbia contribuito alla presenza dell’Italia nel mondo anche sul piano economico. Persone partite per costruire il proprio futuro hanno contemporaneamente costruito, spesso senza averne alcuna intenzione programmatica, un pezzo dell’immagine internazionale del Paese.
Essere italiani, ovunque
Quando gli chiedo che cosa significhi oggi essere italiani fuori dall’Italia e quanto l’italianità delle seconde o terze generazioni possa assumere forme diverse, Ricciardi mi sorprende perché prende subito le distanze dalla parola che sembra inevitabile in qualunque conversazione su questo tema.
«Io sono una persona che non ama il concetto di identità».
Spiega che l’identità diventa limitante quando viene trattata come un patrimonio fisso di valori, tradizioni e caratteristiche destinato a restare uguale nel tempo.
«Siamo italiani e italiane, ma siamo identità in costante divenire, contaminazione, attraversamento, storia, percorsi».
Le migrazioni, del resto, raccontano proprio questo. Nelle seconde generazioni ricorre spesso il desiderio di appartenere pienamente al Paese nel quale si è cresciuti, mentre nelle generazioni successive torna la curiosità verso le origini: il paese del nonno, il cognome, una fotografia, una storia familiare, una casa vista soltanto nei racconti.
Negli Stati Uniti questa dinamica è evidente. Ci sono italoamericani che conoscono pochissimo la lingua italiana, persone che hanno visitato l’Italia soltanto qualche volta e altre che stanno ancora cercando il paese dal quale è partito un bisnonno, eppure quel legame continua a occupare uno spazio importante nella loro storia personale.
Quando gli chiedo quanto possa essere autentica un’italianità vissuta quasi interamente fuori dall’Italia, Ricciardi va ancora oltre: sul piano emozionale, dice, può essere persino più intensa. La distanza trasforma spesso un luogo in memoria e la memoria può costruire un senso di appartenenza che attraversa le generazioni.
Quella stessa appartenenza, però, prima o poi incontra le istituzioni. Gli italiani all’estero hanno bisogno di consolati, servizi, cittadinanza, fiscalità, tutela sanitaria, strumenti per investire e possibilità di partecipare alla vita politica del Paese. Nel 2006 gli iscritti all’AIRE erano poco più di tre milioni e mezzo; oggi la comunità dei cittadini italiani residenti all’estero è quasi raddoppiata e ha una composizione profondamente diversa.
Ricciardi conosce il tema anche dalla sua esperienza parlamentare e sottolinea una contraddizione: mentre la presenza italiana nel mondo cresceva, la riduzione del numero complessivo dei parlamentari ha ridotto anche la rappresentanza della circoscrizione Estero.
Qui cita una formula che arriva dalla storia politica americana:
«No taxation without representation».
Per lui la questione va ben oltre il numero dei seggi. Una comunità mantiene il rapporto con il proprio Paese anche quando riesce a far arrivare i propri bisogni dentro le istituzioni. Altrimenti il rischio è che l’italianità all’estero rimanga confinata nelle grandi occasioni simboliche: il Columbus Day, le commemorazioni, Marcinelle, le feste italiane, giornate importanti che costruiscono memoria ma che da sole raccontano soltanto una parte del rapporto con lo Stato.
Parlando di migrazioni arriviamo inevitabilmente anche all’Italia di oggi, che da Paese di grandi partenze è diventata anche terra di arrivo. Ricciardi insiste soprattutto sul modo selettivo in cui conserviamo la memoria dei nostri emigrati.
Nella rappresentazione contemporanea gli italiani che partivano tendono spesso ad apparire come lavoratori esemplari, ordinati, perfettamente integrati, quasi naturalmente accolti dalle società nelle quali arrivavano. La storia racconta molto altro: sfruttamento, clandestinità, marginalità, discriminazioni, sospetto.
Ricciardi usa un’espressione molto più efficace di qualunque ricostruzione edulcorata: i nostri emigranti del passato, ricorda, erano persone reali, mica tutti «belli, puliti e profumati».
È una frase provocatoria, ma riporta la memoria nella sua dimensione concreta e toglie all’emigrazione italiana quella patina celebrativa che spesso le abbiamo applicato retrospettivamente.
«Ma io di dove sono?»
Verso la fine della nostra conversazione lascio da parte per qualche minuto statistiche, rappresentanza e politiche migratorie, perché Toni Ricciardi l’emigrazione la studia da quasi trent’anni ma, prima ancora, l’ha vissuta.
È originario di Castelfranci, in Irpinia.
Quando scopriamo di essere conterranei — lui Castelfranci, io Atripalda — il tono cambia inevitabilmente. La geografia di cui abbiamo parlato per tutta l’intervista improvvisamente si restringe a pochi chilometri.
Ricciardi arriva in Svizzera quando ha appena otto mesi e vi trascorre una parte della sua infanzia. Poi torna in Italia. Molti anni dopo, nel 2011, la Svizzera rientra nella sua vita attraverso un postdoc all’Università di Ginevra che avrebbe dovuto durare due anni e che diventa invece l’inizio di un’altra parte della sua storia personale e professionale.
Oggi ha la cittadinanza italiana e quella svizzera e, quando gli chiedo dove sia casa, la risposta inevitabilmente comprende più luoghi. Si sente italiano, campano e irpino, e allo stesso tempo svizzero ed europeo.
A un certo punto mi racconta che, dopo avere vissuto tra Svizzera, Irpinia e Napoli, si ritrovò a chiedersi:
«Ma io di dove sono?»
È una domanda apparentemente semplice e insieme enorme, soprattutto dopo un’ora trascorsa a parlare di appartenenza, partenze, ritorni e generazioni cresciute tra più Paesi.
Ricciardi ha trovato una risposta che somiglia molto alla sua stessa idea di identità.
«Sono tante cose. E le rivendico».
Prima di salutarci gli faccio allora un’ultima domanda. Se la Repubblica nata nel 1946 può essere riletta attraverso il ruolo che l’emigrazione ha avuto nella sua costruzione, su che cosa dovrebbe fondarsi l’Italia globale del XXI secolo?
La risposta arriva subito.
«Sulle italiane e sugli italiani, ovunque essi siano».
È qui che la conversazione con Ricciardi torna esattamente al punto dal quale siamo partiti, quasi ottant’anni prima, con quei cinquantamila minatori diretti in Belgio.
Per oltre un secolo abbiamo guardato all’emigrazione soprattutto dal luogo della partenza e abbiamo raccontato molto bene ciò che l’Italia perdeva quando una nave lasciava il porto, quando una famiglia si divideva, quando un paese si svuotava. Dall’altra parte di quel viaggio, però, sono nate comunità, imprese, famiglie, relazioni, lingue e nuove appartenenze che continuano ancora oggi a mantenere un legame con il Paese d’origine.
Gli italiani hanno lasciato l’Italia, questo lo abbiamo raccontato per generazioni.
La storia vista dall’altra parte del viaggio aggiunge qualcosa di altrettanto importante: ovunque siano arrivati, hanno portato l’Italia con loro.
E forse quella che oggi chiamiamo Italia globale esiste da molto prima che imparassimo a darle un nome.




