Forse Benedetta Mannella non è mai stata fatta per appartenere a un posto solo. E forse, dopo tanti anni passati a rincorrere partenze, ritorni e nuove versioni di sé stessa, ha finalmente capito che quella era la sua strada fin dall’inizio. Da Pescara a Washington D.C., la storia intensa di una donna italiana che ha imparato che la libertà può essere meravigliosa. Ma anche che la libertà è un viaggio a volte tortuoso, che ti mette alla prova solo per tirare fuori quello che sei davvero.

Forse Benedetta Mannella non è mai stata fatta per appartenere a un posto solo. Lo dice quasi sorridendo, senza rabbia, senza nostalgia teatrale. Come se dopo anni trascorsi a vivere fuori avesse smesso di considerarlo un limite e avesse iniziato a leggerlo per quello che è: una parte di sé.
Ci sono persone che costruiscono la propria vita attorno a coordinate precise, una città, una casa, una routine. E poi ci sono persone che sembrano trovare sé stesse proprio nel momento in cui si spostano. Come se, dopo anni trascorsi a vivere fuori, Benedetta avesse imparato che certe persone non sono fatte per restare ferme: crescono, cambiano, ripartono. E proprio in quel continuo reinventarsi finiscono per trovare sé stesse.
“Vai in Italia e ti senti straniera. Torni qui e, per certe cose, ti senti comunque fuori posto.”
Non lo dice con amarezza. Lo dice con quella lucidità che arriva quando smetti di combattere contro ciò che sei. La verità è che Benedetta sembra appartenere più al viaggio che a una destinazione precisa. A quella sensazione sospesa che esiste poco prima di partire. Quando le luci si abbassano in cabina, il telefono smette di prendere e per qualche ora nessuno ti chiede chi sei, cosa fai, dove stai andando.
Per qualche ora sei soltanto in movimento. Forse è lì che si sente più libera. Oggi Washington è la sua casa. O almeno la cosa che più ci assomiglia. Lavora presso l’Ambasciata d’Italia con Oro Catering, la realtà che cura gli eventi istituzionali all’interno dell’Ambasciata italiana. Una vita piena, internazionale, fatta di persone, incontri, culture che si incrociano continuamente. Corre con il Montgomery County Road Runners Club. Canta nel French Choir of Washington. Conosce persone provenienti da ogni parte del mondo.


Eppure, dentro di lei, resta sempre una curiosità profonda verso ciò che ancora non conosce. Una voglia di crescita, di scoperta, di possibilità nuove che non si spegne mai del tutto. Quando parla, si capisce subito che Benedetta non è una donna fatta per stare ferma. Nemmeno emotivamente. Ci sono persone che cercano sicurezza. Lei invece cerca la libertà di essere sé stessa.
“Qui mi sento libera.”
La parola ritorna spesso. Libertà. Ma non quella perfetta, luminosa, da cartolina americana. La sua è autentica, non perfetta, non sempre semplice, ma profondamente vera. Quella che arriva insieme alla paura, alla solitudine improvvisa, alle partenze fatte senza sapere davvero cosa succederà dopo. Perché vivere lontano significa anche perdere pezzi di sé per strada.
Benedetta parte giovanissima. Prima tappa: Dublino, a diciannove anni. Turni di notte al McDonald’s. Inglese imparato vivendo. Soldi contati. Stanchezza addosso e quella sensazione elettrica di stare costruendo qualcosa da sola. Ma non racconta mai quei periodi come sacrifici eroici. Li racconta quasi come una dipendenza emotiva: “L’estero per me è diventato una droga.” Ed è una frase che racconta molto più di qualsiasi curriculum.
Negli anni Benedetta cambia città, lavori, vite. Traduce, studia e ricomincia. Ancora. E poi, a quarant’anni, decide di rimettersi sui libri e reinventarsi ancora una volta. Sceglie di diventare health and mindset coach certificata.
Lo fa in inglese, con due figli, una vita già piena e quella vocina interiore che ogni tanto suggerisce che forse sarebbe più semplice restare dove si è. Ma Benedetta ha sempre avuto bisogno di mettersi alla prova e capire fin dove può arrivare.
Negli anni, anche attraverso il proprio percorso personale, si è avvicinata sempre di più al mondo del benessere, maturando la consapevolezza di quanto mente e corpo siano profondamente collegati.
Una consapevolezza vissuta sulla propria pelle. Quella certificazione diventa qualcosa di più di un traguardo. Diventa un modo per aiutare gli altri a stare meglio, ma anche la conferma di una convinzione maturata nel tempo: “Non dobbiamo essere una cosa sola. Possiamo avere più talenti, più passioni, più versioni di noi stessi. E quando scegliamo di usarle anche per fare la differenza nella vita degli altri, tutto acquista un significato diverso“.
Arriva il giorno dell’esame. Lo passa. Sale in macchina, accende il telefono e fa una diretta Facebook ridendo come una ragazzina.
“Ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta ancora una volta.”






