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Dallo chef milanese che trasforma ingredienti e tradizione in ponte culturale, una storia di passione, resilienza e autentica cucina italiana in Cile.

Casa non è un luogo, è un sapore

Quando Nicolò Giacometti pensa alla parola casa, non visualizza una città precisa. Non è solo Milano, dove è nato, né Temuco, la città cilena dove vive oggi. Casa per lui è un profumo di brodo che sobbolle, la consistenza cremosa di un risotto, la calma che nasce quando una cucina diventa spazio di dialogo.

Radici milanesi e il risotto come firma​

Nicolò cresce a Milano in una famiglia in cui la cucina è quotidianità, senza teatralità. Non ci sono nonne leggendarie ai fornelli né il culto del piatto perfetto: solo gesti ripetuti, piccoli, che si sedimentano nel tempo.

La sua formazione non nasce da una scuola di cucina tradizionale, ma da un liceo agro-industriale, un percorso che gli permette di entrare in contatto diretto con i processi produttivi delle materie prime italiane: latticini, salumi, trasformazioni, stagionature. Prima ancora di cucinare, impara a capire come nasce un ingrediente.

Solo dopo arriva il lavoro nelle cucine vere: prima in Italia, poi in Francia. È lì che unisce tecnica, disciplina e organizzazione a quella conoscenza di base che raramente si insegna tra i fornelli. Comprende che un piatto riesce quando nasce da tre elementi: conoscenza, rispetto e tempo.

Il risotto diventa la sua firma: apparentemente semplice, ma implacabile con chi si distrae

Il salto inaspettato in Cile

Nel 2014, sua moglie, ricercatrice universitaria, ottiene una posizione accademica in Cile. La famiglia si trasferisce a Santiago e poi a Temuco, oltre 600 km più a sud, ai confini simbolici della Patagonia. Con una bambina di nove mesi e molte incognite, la domanda è sempre la stessa: “E adesso?”.

La cucina cilena offre prodotti eccellenti — soprattutto dal mare — e una solida base di tradizione. Tuttavia, la percezione della gastronomia italiana è ancora superficiale e ingredienti fondamentali sono difficili da reperire.

Dall’insegnamento alla consulenza

All’inizio Nicolò non sa come continuare a essere cuoco. Nascono così i primi corsi: quasi informali, per gioco e curiosità. Poi diventano richiesti, poi indispensabili.

Gli studenti vogliono capire non solo le ricette, ma anche la storia dietro di esse: la differenza tra pasta secca e fresca, l’uso del sale, il valore del soffritto, il senso di un piatto regionale. Col tempo il passaparola cresce.

Oggi Giacometti ha tenuto più di 1.200 corsi di cucina italiana, ha formato studenti, appassionati, professionisti e brigate intere. La sua attività evolve: diventa consulente per ristoranti in tutto il Paese, dal nord desertico all’estremo sud. Crea menù, introduce prodotti, costruisce processi, forma staff.

«Un menù non è solo una lista di piatti», dice. «È una promessa. Se non puoi mantenerla, non metterla in carta.»

Insegnare l’Italia attraverso i piatti

«Un piatto italiano non nasce mai una sola volta», spiega Nicolò. «Si evolve, si discute, si adatta. È vivo.»

Proprio questa è la sua missione in Cile: raccontare la cucina italiana nella sua varietà, insegnando non solo le ricette più conosciute, ma anche quelle territoriali, meno note, portatrici di storia, identità e cultura.

Nelle cucine di Temuco, Nicolò osserva una carbonara preparata con panna, prosciutto cotto e formaggio generico. Non commenta subito. Poi sorride: fermo, misurato, consapevole della sfida.

«Non è sbagliato cucinare una carbonara così», dice agli allievi. “È sbagliato pensare che non si possa sempre migliorare.”

La cucina come memoria

A casa cucina lui, sempre. Non per obbligo, ma per piacere. Le lasagne di Natale sono quelle della nonna, il risotto resta un rituale. Lo fa per i suoi tre figli, come ponte invisibile tra Milano e Temuco, tra passato e presente

Riconoscimento e responsabilità

Nel 2023, l’Ambasciata d’Italia in Cile riconosce il suo lavoro culturale: Nicolò riceve il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, una delle onorificenze più alte per chi promuove la cultura italiana all’estero.

Non è un punto d’arrivo, ma una conferma: il suo lavoro non è solo culinario, è identitario.

 Il futuro: dialogo tra culture

Il Cile è diventato casa, ma Nicolò non esclude un domani europeo. Non per nostalgia, ma per evoluzione. Non cerca un luogo: cerca terreno fertile per continuare a far dialogare culture.

Perché la cucina non è mai solo cibo. È memoria. È identità. È appartenenza. Anche dall’altra parte del mondo.

La storia di Nicolò Giacometti non è solo quella di uno chef. È ciò che accade quando una vita viene lavorata con cura, pazienza e rispetto, fino a diventare qualcosa di nuovo senza perdere ciò che era.

Una storia che, come un buon piatto italiano, non chiede applausi. Chiede solo di essere assaporata.