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C’è una malattia che colpisce chiunque metta a piede a Procida. Nessuno sapeva come chiamarla, fino a quando Emmanuel Carrère non ha preso il microfono lo scorso 20 giugno e ha parlato della Procidite.
La malattia di chi ha respirato quest’isola troppo in profondità e adesso non riesce a liberarsene.

«Si può sognare di sfuggire a Procida – ha detto lo scrittore francese – Ma quando non ci sei più, Procida ti manca. E io comincio a capire questo, a sentire i primi effetti della procidite. Per quella c’è un solo rimedio, ritornare l’anno prossimo

Il pubblico ha capito immediatamente. Perché chiunque abbia messo piede su quest’isola almeno una volta porta addosso la stessa sindrome.

Il festival che trasforma le vite in letteratura
Procida è la più piccola delle isole napoletane. Le case color limone e corallo che si affacciano sul porto di Marina Grande sembrano dipinte da qualcuno che volesse rendere il mondo più sopportabile. I vicoli profumano di salsedine e di limoni, di tutto ciò che il tempo trasforma in bellezza senza chiedere il permesso. Per chi arriva dalle città, dalla loro velocità, dal loro rumore bianco e incessante, Procida produce un cortocircuito colorato. Una decelerazione improvvisa che all’inizio spaventa e poi, lentamente, guarisce.

È in questo luogo che ogni anno da dieci anni Chiara Gamberale porta la letteratura ad uscire dai libri e ad abitare le persone.

Il format di Procida Racconta, giunto quest’anno alla sua decima edizione, ha una semplicità apparente che nasconde una verità profonda sull’arte del narrare. Sei scrittrici e scrittori sbarcano sull’isola a metà settimana con un compito preciso, trovare un abitante dell’isola, stargli vicino, ascoltarlo e in quattro giorni trasformare quella vita in un racconto. Niente finzione costruita a tavolino e niente personaggi inventati. La materia prima è l’esistenza reale di persone comuni che probabilmente non avevano mai pensato che la propria vita meritasse di essere scritta.

Il sabato sera, al porto, davanti all’isola intera, quei racconti vengono letti ad alta voce. Accanto a ogni scrittore siede il suo personaggio, l’uomo o la donna che lo ha ispirato. È il momento in cui chi ha vissuto una storia e chi l’ha scritta si trovano fianco a fianco a condividerla con chi la ascolta per la prima volta. Il confine tra autore e soggetto, tra palco e platea, tra arte e vita, in quel momento, semplicemente svanisce.

Gli ospiti della decima edizione
Quest’anno, tra gli ospiti di questa decima edizione, figurano il giornalista Mario Calabresi, Chiara Valerio, una delle voci più affilate della letteratura italiana, Maria Grazia Calandrone, finalista al Premio Strega, Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista, Boosta dei Subsonica e il conduttore radiofonico Rosario Pellecchia.
E poi lui, Emmanuel Carrère, lo scrittore francese che ha riscritto le regole del romanzo contemporaneo con libri come L’Avversarioe Limonov, salito sul palco a sorpresa, come un dono inatteso alla serata e all’isola. E Procida lo ha contagiato.

La procidite di Carrère ha un nome preciso perché lui è uno scrittore, e gli scrittori trovano le parole anche per le cose che gli altri sentono senza riuscire a dire. Ma la sindrome era già lì, diffusa nel pubblico silenzioso sul molo, in chi abita altrove e torna ogni anno come se avesse un debito da saldare con quest’isola.

Procida fa questo. Non seduce con la grandiosità, lavora in sordina, con la sua luce pomeridiana che tinge tutto di oro vecchio, con i pescatori che si svegliano al mattino presto, con i bambini che giocano come se il Mediterraneo fosse il loro cortile. Entra dentro piano, quasi di nascosto, e quando te ne accorgi è già troppo tardi.

Anche Elsa Morante lo sapeva. Ambientò qui L’isola di Arturo, e quella scelta non fu geografica fu ontologica perché Procida è un luogo dell’anima travestito da luogo del mondo.

L’Italia più vera raccontata al mondo
Procida Racconta in dieci anni ha portato sull’isola voci diverse, ha pubblicato numerosi racconti, ha trasformato ogni edizione in un libro e ogni libro in una memoria collettiva. Ha dimostrato che ascoltare è già, di per sé, un atto letterario.

Per chi legge dall’America, da quella distanza che a volte mitizza l’Italia e a volte la semplifica, questo festival racconta qualcosa di importante, l’Italia più difficile da esportare e più vera. Un’Italia fatta di viuzze, di dialetto, di persone che non cercano riflettori ma che meriterebbero di essere lette.

Carrère lo ha capito in quattro giorni e ha già promesso di tornare. Chi non vorrebbe, con la procidite addosso?