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Nato a Piacenza e noto per la sua capacità di trasformare ogni tela in un’esperienza emozionale, Paolo Terdich è un pittore italiano riconosciuto a livello internazionale. Conosciuto per le sue opere figurative, che esplorano l’intimità e i misteri dell’animo umano, Terdich si concentra spesso sul tema dell’acqua, un elemento che utilizza per evocare quiete e riflessione. La sua serie “Acqua”, per esempio, affronta simbolicamente la fragilità e la bellezza dell’esistenza, mentre le sue figure emergono e si dissolvono in scenari surreali, creando atmosfere sospese e profonde.

Nel corso della sua carriera, Paolo Terdich ha esposto in prestigiose gallerie e istituzioni in tutto il mondo, dall’Italia agli Stati Uniti, con opere che invitano a una riflessione introspettiva sul significato della percezione e del “non detto” nella vita umana. Questo dialogo, con un artista così appassionato e innovativo, seppur profondamente schivo, offre uno sguardo unico nel suo processo creativo e nei significati che cerca d’infondere in ogni dipinto, dallo studio delle luci ai dettagli psicologici nascosti in ogni riflesso.

Lei è un artista che si è formato in un ambito matematico.In effetti ho una mente analitica che mi ha spinto a scegliere il liceo scientifico, dove è stata apprezzata la mia predisposizione per il disegno, che si è poi trasformata in passione per la pittura, anche grazie agli incoraggiamenti dei professori e al supporto di mio padre, uno spirito sensibile e amante dell’arte, che aveva percepito in me un talento ancora acerbo.

In seguito, avrei voluto frequentare l’Accademia di Brera ma, complice la mia indole riservata e poco incline ai meccanismi del mondo artistico, spesso legati a pubbliche relazioni e giudizi soggettivi, e il desiderio di raggiungere una sicurezza economica, ho optato per la facoltà di Geologia, laureandomi con il massimo dei voti.

Questa scelta mi ha permesso di entrare rapidamente nel mondo del lavoro, abbandonando presto gli aspetti tecnici per ricoprire, complice anche un Master in Business Administration conseguito in seguito, ruoli manageriali e dirigenziali in società di primaria importanza come Eni ed Edison, nel settore “oil & gas” e ottenendo grandi soddisfazioni sia professionali sia umane.

Grazie al suo ruolo in queste aziende multinazionali ha vissuto a lungo all’estero (N.d.R. Inghilterra, Egitto, Paesi Bassi, Nigeria). Cosa le ha dato e cosa le ha tolto questa internazionalità? Sicuramente mi ha dato tanto dal punto di vista umano e artistico, perché mi ha permesso di confrontarmi con culture e ambienti molto diversi tra loro. A Londra, per esempio, ero un assiduo visitatore della National Gallery e avevo la possibilità di accedere a ogni tipo di manifestazione culturale e artistica con grande facilità. Inoltre i miei figli hanno frequentato scuole e ambienti internazionali, entrando nel mondo del lavoro con un biglietto da visita di tutto rispetto.

Come contropartita in Nigeria ho vissuto praticamente blindato e senza la mia famiglia che, per ragioni di sicurezza, non ha potuto accompagnarmi. Tuttavia, pure in questo caso, lo scambio culturale si è dimostrato intenso e molto interessante: ho avuto la possibilità di conoscere e apprezzare l’arte locale e persino di esporre i miei quadri nella residenza dell’ambasciatore italiano. Complessivamente, il bilancio è quindi positivo, anche se le relazioni interpersonali e le amicizie hanno risentito spesso delle mie frequenti assenze e della mancanza di continuità nei rapporti.

Essere poco “social” e diplomatico in che misura ha influito sulla sua vita? Direi parecchio, perché ho sempre faticato a mettermi in luce, se non attraverso i risultati raggiunti, e non ho mai accettato alcun tipo di compromesso. Per fare un esempio, nel periodo in cui ho vissuto nei Paesi Bassi, una famosa galleria dell’Aia aveva esposto alcuni miei quadri ma, per continuare a farlo, voleva che li rendessi più commerciali.

Inutile dire che sono rimasto fedele al mio sentire, perdendo una vetrina indubbiamente importante. Ogni medaglia ha però il suo rovescio e, se da un lato ho sprecato alcune opportunità, dall’altro sono sempre stato riconosciuto come una persona coerente, integra e affidabile.

Ha realizzato una serie di opere legate all’acqua. Cos’è per lei questo elemento? Ho sempre sentito un legame profondo con essa, una familiarità che mi ha attratto fin da bambino e che, crescendo, mi ha portato a conseguire persino il brevetto da dive master. L’acqua mi trasmette serenità e senso di libertà; adoro la sensazione di sospensione e pace che si prova fluttuando in mare aperto, sopra le misteriose profondità degli abissi.

Questo abbandonarmi all’elemento acquatico è per me come ritrovare un abbraccio materno, una sorta di rifugio protettivo e accogliente, in cui regnano il silenzio e l’assenza di peso. Un’altra sensazione meravigliosa è osservare i riflessi che si creano guardando verso l’alto da sotto la superficie: colori e luci che danzano, frammentati dal movimento delle onde sullo sfondo del cielo.

Il fluire dell’acqua come metafora della vita. Lei si sente più trascinato dalla corrente o uno che rema contro? Sono sicuramente una persona che va controcorrente, non in modo ostinato o irrazionale, ma grazie alla consapevolezza di ciò che ritengo giusto.

Combatto le mie battaglie “in solitaria”, perché non amo essere leader, però allo stesso tempo non ho paura a espormi, lasciando agli altri la libertà di seguirmi, senza forzature. Questo atteggiamento, che vivo nella quotidianità e nell’arte, l’ho adottato pure nel lavoro, senza adeguarmi a ideali che non sentivo miei e senza mai scendere a compromessi.

Presso la prestigiosa “Saphira & Ventura Gallery” di New York ha esposto una serie di opere raffiguranti dei nuotatori dal movimento quasi frammentato. Come mai? Perché volevo puntare l’attenzione sulle sfaccettature dell’essere umano, che è complesso e frastagliato. Indubbiamente in questa serie, analizzo pure un po’ me stesso, confesso le mie difficoltà relazionali e le mie complessità interiori, in un ambiente protetto, l’acqua, che per me rappresenta, come già detto, sicurezza e serenità, ma anche libertà di essere e di percepire, persino le profondità del mio essere.

Cosa c’è di lei in questa precisione che sembra sgretolarsi per dare spazio a emozioni che forse sono in parte inconsce? Pur amando mettermi alla prova in situazioni complesse, custodisco in me riservatezza, insicurezze e fragilità che ho dovuto affrontare e superare, specie quando si sono manifestate in ambiti per me poco congeniali.

Pure nell’arte il mio approccio è simile: inizio dalla preparazione e dalla perfezione tecnica, per poi ampliare il mio raggio d’azione, forte dell’esperienza e dei risultati conseguiti. Lo sgretolamento di cui parliamo esprime quindi sia l’accettazione di una sfida sia la possibilità di fallire, che essa comporta.

Le sue nature morte, a dispetto della definizione, sembrano brillare di una luce vivida. Da cosa nasce questa scelta stilistica? La luce mi permette di dare un’aspirazione metafisica e surreale a ciò che ritraggo. La rendo tagliente per esaltare i contrasti, quasi infondendo vita a ciò che non ne ha e, per farlo, mi avvalgo anche del movimento, sussurrato e quasi impercettibile, dato dall’onda dell’acqua in un bicchiere o dalla piega di una tovaglia.

In tutto questo la luce gioca un ruolo fondamentale, poiché dà luogo a riflessi e trasparenze, massima espressione di una sfida tecnica, che non è solo compositiva, ma implica il superamento della staticità dell’oggetto.

Lei è uno dei fondatori del gruppo “Eoykos”, di cosa si tratta? È un movimento creato insieme ad altri pittori figurativi con l’intento di restituire slancio e dignità a questo genere pittorico che, nel corso degli ultimi decenni, è stato spesso trascurato e considerato superato, mentre noi crediamo fermamente nella sua attualità e nella sua straordinaria capacità comunicativa.

La sua arte è stata definita iperrealista surreale. Si ritrova in questi termini? Non del tutto. Nel mio caso il realismo ha soprattutto un valore tecnico, che per me è fondamentale: è un virtuosismo e un’attenzione scrupolosa al dettaglio e alla precisione del tratto, che non si limita alla mera riproduzione, ma attinge alle mie sensazioni per evocare emozioni nell’osservatore.

Dovendo scegliere, mi sentirei più vicino al surrealismo che all’iperrealismo. La definizione che invece troverei più corretta è quella di “iperrealismo emozionale”, un binomio che racchiude sia la mia precisione analitica e tecnica sia l’impulso emotivo che anima ogni mia opera.

In alcuni quadri ha dipinto degli angeli. Qual è il suo rapporto con la spiritualità? Sicuramente complesso. Sono cresciuto frequentando l’oratorio della parrocchia e, per un periodo, ho persino fatto il chierichetto, ma non mi sono mai sentito pienamente in sintonia con l’ambiente religioso, tanto che ho scelto di allontanarmene, sviluppando una spiritualità personale e intima.

Pur essendo molto razionale e d’impostazione scientifica, vivo una lotta interiore tra le mie percezioni e l’idea di una dimensione superiore, di cui avverto la presenza, sebbene faccia fatica a definirla. Forse, tratteggiando questi angeli, inconsciamente, ho cercato di dare forma a quelle sensazioni e a domande universali sul significato della vita e della morte, creando figure riconoscibili e classiche, ma dotate di un profondo contenuto metafisico e surreale.

Nella sua produzione si nota una forte attenzione alle mani, qual è il motivo? Perché credo siano una forma espressiva sottovalutata nell’arte, dove spesso passano in secondo piano, mentre io ritengo che abbiano un potere comunicativo straordinario, specie per noi italiani, che abbiamo fatto della gestualità un vero e proprio linguaggio parallelo a quello verbale.

Nei miei quadri la posizione, il movimento e la presenza di dettagli, come le macchie sulla pelle o le rughe, sono fortemente evocativi e in grado di veicolare il messaggio che voglio trasmettere. L’accoglienza, la tenerezza, un rifiuto, un dolore, la chiusura, la gioia: tutto può passare attraverso le nostre mani.

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma nei suoi ritratti sembrano spesso persi in un vuoto quasi abbagliante, in cui c’è tutto, ma a una profondità difficile da cogliere. È vero. Quegli occhi riflettono i momenti in cui, come ogni essere umano, mi perdo in un vuoto interiore fatto di solitudine e malinconia.

Trasferisco queste sensazioni nei miei ritratti, enfatizzando l’isolamento con sfondi piatti, che mettono in risalto il soggetto e le sue emozioni, collocandolo in un ambiente impersonale, che ne amplifica il senso di impotenza e fragilità. In alcuni casi creo perfino una spezzatura nello sfondo, una parete che suggerisce un angolo, per rafforzare il senso di chiusura e disagio interiore, veri protagonisti dell’opera.

Come mai per lei l’uso del bianco e nero è marginale rispetto a quello del colore? Un po’ perché la grafica viene considerata, secondo me ingiustamente, un’arte minore e un po’ perché, proponendo progetti molto complessi, ho bisogno di avvalermi anche della forza e dell’impatto visivo del colore. Tuttavia, non solo parto sempre da un disegno per creare le mie tele ma, in alcuni casi, il bianco e nero ha costituito per me una vera e propria sfida, perché rendere le profondità o i volumi, solo grazie al contrasto e alle sfumature di due colori, richiede notevoli capacità tecniche, ancor di più se vuoi infondervi emozione.

Una serie di opere è ispirata al film d’azione “Sin City”.Quella pellicola mi ha colpito perché delinea, estremizzandola, una realtà che noi viviamo quotidianamente, affrontando situazioni conflittuali, complesse e ossessive. Ho voluto reinterpretare alcune scene con un linguaggio a cavallo tra fumetto e arte, focalizzandomi sulle espressioni dei personaggi e sull’atmosfera. In questo ciclo rifletto sul tema della conflittualità, inserita in un ambito di relazione fra più individui, mentre nei ritratti esploro quella interiore e personale.

Nella sua arte emergono anche i tratti psicologici delle figure. È voluto? Non del tutto. Il mio desiderio di rappresentare fedelmente il soggetto e la puntigliosa ricerca del dettaglio, a volte vanno così in profondità che riescono a far emergere i sentimenti e le sensazioni alla base dei gesti e degli atteggiamenti. Una sorta di svelamento delle intenzioni.

Dal 2023 si dedica a un nuovo progetto, “Esodo”: di cosa si tratta? È una serie di 23 opere dedicate al dramma dell’esodo giuliano-dalmata e delle foibe: 20 sono realizzate negli ultimi due anni e tre sono precedenti, ma legate al tema, come il ritratto di Zoran Mušič, famoso pittore sloveno, che è stato testimone di quei tempi oscuri. Ogni tela riproduce una scena di quel periodo drammatico e risponde al mio bisogno di preservare la memoria di atrocità purtroppo dimenticate e di rendere omaggio a mio padre e alla sua famiglia, che hanno vissuto in prima persona questa terribile tragedia.

Quanto è stata toccata la vostra famiglia da questi eventi? Mio padre, fiumano, a 19 anni ha dovuto abbandonare la sua terra, la casa e gli amici per trasferirsi prima, per circa due anni, in un campo profughi a Roma e poi a Piacenza, dove ha incontrato mia madre e ha cominciato una nuova vita.

Fortunatamente mio nonno era un tipografo molto valido e presto trovò lavoro presso la Tipografia Vaticana, permettendo così alla famiglia di vivere dignitosamente, nonostante avessero perso tutto. Tuttavia nei loro racconti, che sono stati trasferiti a me, emergeva chiaramente il dolore per quanto avevano dovuto subire o vedere.

Le opere collegate all’esodo sono ispirate a fotogrammi e fotografie dell’epoca per un’esigenza di fedeltà storica? Io parto sempre da una base reale, che poi interpreto in chiave personale. In questo caso specifico però ho sentito prepotentemente la necessità di tratteggiare l’assoluta veridicità di quegli eventi atroci, enfatizzandone alcuni aspetti e focalizzandomi sulle emozioni a essi correlate.

Per fare un esempio, l’opera dedicata all’imbarco sulla motonave “Toscana” si basa su una famosa fotografia in bianco e nero, che io ho riprodotto a colori, cercando di esprimere la tristezza di chi partiva verso un futuro ignoto.

Le opere di questo ciclo sono cromaticamente più delicate rispetto al resto della sua produzione, che è caratterizzata da toni accesi. È stata una scelta spontanea o il frutto di una ricerca?

Mi sono dovuto forzare, perché tendenzialmente tendo a soffermarmi sui dettagli, che in diversi di questi lavori ho trascurato per stemperarli, in modo da esprimere il collegamento con il passato, con un ricordo che sbiadisce e con l’incertezza e l’insicurezza di quei momenti.

In alcuni casi ho sfumato i volti, in altri i contorni. Questa tecnica per me è stata davvero una sfida, persino a livello psicologico, perché in netta contrapposizione con il mio bisogno interiore di chiarezza, definizione e precisione.

Come mai ha deciso di dipingere l’esodo solo ora?

In realtà ci pensavo già da parecchio, ma non mi sentivo ancora pronto, nonostante mi fossi documentato per anni. Inoltre prima non avevo a disposizione il tempo necessario per farlo con la dedizione totale che una tragedia del genere merita.

Nelle interviste parla frequentemente di senso di colpa. Verso chi? Sono cresciuto con un padre fiumano e una madre piacentina, in una famiglia serena, economicamente stabile e in un contesto di libertà. Mio fratello e io non abbiamo vissuto la tragedia dell’esodo, se non attraverso le parole di mio padre e degli zii.

Il mio grande rammarico è di non aver compreso appieno l’enormità di ciò che è accaduto e di non aver prestato abbastanza attenzione a quei racconti. Il mio senso di colpa nasce proprio da questa mancanza di ascolto. Oggi vorrei poter tornare indietro, per stargli più vicino e per recuperare la memoria storica di quei momenti che, per immaturità e distrazione, è andata perduta per sempre, anche se riaffiora, come un monito, dalle fotografie che ancora oggi conservo gelosamente.

Lei non ha vissuto in prima persona questa tragedia, eppure le sue opere sembrano realizzate da un sopravvissuto. Ho letto parecchio, mi sono documentato a fondo, sono entrato così tanto nelle storie che, a un certo punto, le ho assorbite e fatte mie.

È stato come se il passato mi avesse risucchiato e io fossi stato presente e avessi sperimentato la paura e la disperazione di chi è riuscito a scappare e di chi invece non ha fatto in tempo. Quando leggi le testimonianze di chi ha vissuto quei momenti tragici, il processo d’immedesimazione diventa potente e la sofferenza si fa quasi palpabile, specialmente per chi è molto sensibile.

Nella tela dal titolo “Sul baratro” è ritratta Norma Cossetto. Perché proprio lei? La sua storia mi ha particolarmente colpito perché era una ragazza giovane, che aveva fiducia nella vita e nel prossimo: è stata catturata, legata a un’altra persona e gettata nelle foibe ancora viva, con una crudeltà inaccettabile.

Fra le varie opere c’è un ritratto di suo padre. Sono partito da una fotografia e ho voluto enfatizzare le sue mani, che ricordo molto bene: quelle di un lavoratore, di una persona a cui piaceva la manualità, che per lui diventava strumento di espressione di sé e comunicazione con gli altri.

Accoglienza. Il treno della vergogna. Due mani opposte: una che chiede e una che respinge. Sono due gesti a confronto: da una parte l’esule, che tende una mano in cerca di aiuto; dall’altra, il rifiuto di accogliere da parte di chi, comunque, stava vivendo tempi segnati da difficoltà economiche e mancanza di cibo.

Il treno raffigurato richiama l’episodio del convoglio partito da Ancona, carico di esuli, a cui non fu permesso di fermarsi a Bologna, dove li attendeva la Croce Rossa per soccorrerli. Era una guerra tra disperati, in cui il cuore veniva sacrificato in nome della sopravvivenza e dell’autodifesa, secondo la triste legge “mors tua vita mea”. In tempi diversi, forse, quelle mani si sarebbero toccate e strette.

Quindi c’è spazio per il perdono? Sì, ma non verso coloro i quali hanno perpetrato quelle atrocità con il chiaro intento di portare a termine un progetto di pulizia etnica, per ragioni politiche ed economiche, dimostrando spesso una totale ingratitudine perfino verso chi, fino ad allora, aveva fatto loro del bene.

Che valore dà al ricordo? Ritengo che nella vita sia fondamentale non dimenticare, anche a costo di provare rimpianti o rimorsi, però non rinnego mai le scelte fatte e non mi faccio bloccare dal passato, che interpreto come una lezione utile per la mia evoluzione personale e per costruire un futuro possibilmente libero dagli errori commessi in precedenza.

Cosa prova a tornare a Fiume? C’è ancora qualcosa che la lega a quella città? Ci torno raramente e sperimento sempre un sentimento di rifiuto, di ingiustizia e di usurpazione; inoltre la città che ha lasciato mio padre è cambiata profondamente e quasi non esiste più. Queste sensazioni negative si addolciscono solo quando mi reco nei luoghi in cui ho trascorso le vacanze con i miei genitori, che sono legati esclusivamente a ricordi felici.

Che peso ha la nostalgia nella sua vita? Limitato. É qualcosa che ogni tanto emerge, ma riguarda soprattutto il periodo in cui vivevo all’estero ed ero lontano dalla mia famiglia, dagli amici e dall’Italia, un Paese che, proprio la lontananza, mi ha fatto scoprire nella sua unicità e sconfinata bellezza.

Il 10 febbraio 2025 esporrà all’interno della Camera dei deputati a Roma. È un’opportunità straordinaria, che vivo con grande emozione, per dare voce, proprio nel Giorno del Ricordo delle foibe, al mio progetto sull’esodo, a tutti coloro i quali hanno vissuto quell’immensa ingiustizia e a mio padre, che avrei voluto ascoltare di più.

Per approfondimenti

WWW.PAOLOTERDICH.IT

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