Skip to main content

Cristiana Pegoraro, una delle pianiste italiane più apprezzate nel panorama internazionale, ha fatto della sua arte una vera e propria estensione della propria anima. Il suo rapporto con il pianoforte è viscerale, un legame che va oltre la musica, come una prolunga del suo braccio, capace di esprimere emozioni profonde e universali. Cresciuta a Terni, la città di San Valentino, l’artista porta con sé le radici profonde della sua terra, che si intrecciano con il suo percorso artistico e umano.

Oltre alla sua brillante carriera musicale, che l’ha vista esibirsi nei più prestigiosi teatri del mondo, Cristiana ricopre un ruolo unico come Ambasciatrice di San Valentino nel mondo, con carica conferitale dal Centro Culturale Valentiniano della Basilica di San Valentino a Terni. Con il suo progetto dedicato al santo degli innamorati, diffonde un messaggio universale di amore e di pace, celebrando non solo l’amore romantico, ma anche quello per la vita, la bellezza e l’arte. Un’iniziativa che rende omaggio alla sua città natale e che si fa portavoce di valori capaci di trascendere i confini geografici, attraverso la forza della musica e della cultura.

Come è nata la tua passione per la musica?

“La passione per la musica è nata grazie a un’esperienza scolastica. Da piccola, all’asilo, avevamo un maestro di musica che ci faceva suonare delle piccole tastiere. È stato lì che mi sono avvicinata al pianoforte e me ne sono innamorata.

Mi ricordo che mi prese così tanto che, a soli 5 anni, iniziai a prendere lezioni con un’insegnante privata. A 10 anni entrai in Conservatorio e fu in quel periodo che cominciai anche a fare i miei primi concerti.

Non provengo da una famiglia di musicisti, ma penso di aver ereditato il gene musicale da mio nonno. È stato un grande ispiratore per me: amava la musica e, da autodidatta, suonava sia il pianoforte che il violino.   È bello pensare che quella scintilla, che forse apparteneva a lui, abbia trovato il modo di accendersi dentro di me.”

Ci sono stati ostacoli che hai dovuto affrontare all’inizio della tua carriera? Come sei riuscita a superarli?

“La mia carriera è iniziata in modo molto naturale, quasi senza che me ne rendessi conto. Avendo cominciato a fare concerti a soli 10 anni, tutto sembrava semplicemente parte di ciò che mi piaceva fare: suonare. Non mi pesava salire sul palco, viaggiare o esibirmi; era una gioia. Crescendo, però, ho capito quanto fosse impegnativo trasformare questa passione in una carriera a tutti gli effetti.

Le difficoltà principali sono emerse con il tempo: i continui viaggi, spesso sfiancanti, la gestione del corpo e della mente, e la necessità di essere sempre al massimo. La gente dall’esterno tende a vedere solo il lato bello della professione, ma dietro c’è un’enorme disciplina, simile a quella di un atleta. Ci sono momenti in cui devi salire sul palco e dare il meglio di te anche se hai dormito poco, se sei stanca o hai il fuso orario contro.

Superare tutto questo richiede grande forza interiore, controllo e soprattutto un amore profondo per quello che fai. Lo studio costante è fondamentale, perché non si finisce mai di migliorare. Questo impegno continuo, però, è ciò che rende tutto straordinario: la consapevolezza di crescere come artista e di poter condividere questa crescita con il pubblico.”

Qual è il concerto che ricordi con maggiore emozione e perché?

“Ci sono davvero tanti concerti che porto nel cuore, ma uno in particolare che ricordo con grande emozione è stato il mio debutto al Lincoln Center di New York. Una sala da mille posti, una cornice straordinaria e, soprattutto, il peso di una prima uscita importante in una città come New York. Ero molto emozionata, è stato un momento che non dimenticherò mai.

Detto questo, ogni concerto per me è un’esperienza unica. La vera magia sta nel comunicare con il pubblico, indipendentemente dal luogo o dalla grandezza della sala. Può essere un teatro immenso o un piccolo auditorium: quello che resta è l’unicità di ogni occasione e l’intensità di quel dialogo speciale con le persone attraverso la musica.

E poi ci sono state esperienze straordinarie anche in contesti inaspettati: sono stata la prima donna a esibirmi in paesi come lo Yemen e l’Oman. Portare la musica in luoghi dove non era mai arrivata prima, in particolare da parte di una donna, è stata una sfida emozionante e un privilegio che porterò sempre con me.”

Qual è il messaggio più importante che desideri trasmettere attraverso la tua musica?

“La musica, per me, è un linguaggio universale, il più puro e diretto che esista. È capace di abbattere tutte le barriere: non importa la nazionalità, la religione, l’educazione o il contesto sociale. La musica arriva dritta al cuore, parla direttamente alla nostra umanità, a quella sensibilità che ci accomuna tutti.

Quando suono, sento di poter comunicare con chiunque, ovunque nel mondo, senza bisogno di parole. È come se la musica creasse un ponte invisibile, unendo persone che, in apparenza, non hanno nulla in comune. Questo è il messaggio che cerco di portare: la musica ha un potere straordinario di unificare, di ricordarci che, al di là delle nostre differenze, siamo tutti esseri umani che condividono  emozioni.

Ed è proprio questo che mi emoziona di più: vedere come la musica riesca a toccare il cuore delle persone, superando ogni confine. In quei momenti, senti che il mondo può davvero essere un luogo più unito e armonioso.”

La musica ti ha mai aiutato in momenti particolarmente difficili della tua vita?

“Assolutamente sì. La musica è stata, ed è tuttora, una terapia insostituibile per me. Come per tutti, la vita è fatta di alti e bassi, e ci sono stati momenti in cui mi sono sentita triste o persino disperata. In quei frangenti, la musica è stata la mia ancora di salvezza, una consolazione profonda e uno sfogo insostituibile.

Ricordo che, nei periodi più bui, mi rifugiavo nel pianoforte e trovavo una forza incredibile nel suonare o nel comporre. Anzi, paradossalmente, proprio in quei momenti difficili sono stata spesso più ispirata, perché mi sentivo totalmente immersa nella musica. È come se la musica mi aiutasse a rimettere insieme i pezzi, a dare un senso a ciò che stavo vivendo.

Per me, la musica non è solo un’arte, è una forma di salvezza, un luogo sicuro in cui ritrovare me stessa, sempre.”

Beethoven è un compositore che hai interpretato in maniera profonda, arrivando a eseguire le sue 32 sonate in concerto. Che rapporto hai con lui e cosa rappresenta per te la sua musica?

“Beethoven per me è il compositore preferito, anche se il mio primo amore musicale è stato Chopin, che ho iniziato a suonare da bambina. Beethoven è arrivato un po’ più tardi, ma con una potenza tale da conquistare completamente il mio cuore.

Affrontare l’impresa di suonare le 32 sonate in concerto è stato qualcosa di unico, quasi folle. La sonata è una forma musicale che ha accompagnato Beethoven per tutta la sua vita, dalle sue prime composizioni fino agli ultimi anni. Suonarle tutte significa percorrere un viaggio straordinario, come conoscere una persona dall’inizio della sua gioventù fino alla maturità e alla morte. Attraverso questo viaggio, Beethoven ci regala una parabola musicale completa, che racchiude ogni sfumatura del suo genio.

È stato un percorso incredibile, un’immersione totale in una delle menti più straordinarie della storia, non solo della musica, ma dell’umanità. Beethoven ha rivoluzionato il modo di comporre e di sentire la musica, creando un linguaggio universale di una potenza incredibile.

Ogni volta che suono le sue opere, è come se cercassi di entrare in quel mondo immenso, un mondo che contiene un messaggio universale per l’umanità. La sua musica è un invito alla riflessione, un faro che illumina ciò che siamo e ciò che possiamo essere. Per me, Beethoven rappresenta proprio questo: un messaggero di profondità e di speranza, una guida per l’anima e un dono inestimabile per chiunque lo ascolti.”

Hai trascritto i tanghi di Astor Piazzolla per pianoforte, un’impresa che ha suscitato grande entusiasmo. Qual è stata la sfida più grande nel riadattare queste opere al pianoforte?

“Il mio approccio al tango è nato quasi per curiosità.  A New York, ho iniziato a frequentare amici argentini e mi sono avvicinata sempre più a questa musica che mi affascinava. Ho anche iniziato a ballare il tango per comprenderne meglio le radici, ma quando ho deciso di suonarlo al pianoforte, mi sono trovata di fronte a una grande difficoltà: non esistevano trascrizioni per pianoforte delle opere di Piazzolla. Quindi, spinta dalla mia curiosità e dalla voglia di scoprire cose nuove, ho deciso di intraprendere un lungo percorso di ricerca per ottenere gli spartiti, spesso per quintetto o altre formazioni, e adattarli al pianoforte.

Trascrivere un’opera per piano non è mai semplice, specialmente quando si tratta di composizioni scritte per vari strumenti. Non tutto funziona allo stesso modo, quindi è stato fondamentale capire come fare in modo che le armonie e le melodie potessero funzionare su uno strumento solista come il pianoforte. Ci vuole molta abilità e tempo, ma è stato un periodo incredibile di studio e immersione totale nel mondo del tango.

Il mio album, dedicato proprio ai tanghi di Piazzolla, ha ricevuto la medaglia d’oro ai prestigiosi  Global Music Awards.

Cristiana Pegoraro è una delle pianiste italiane più talentuose e riconosciute a livello internazionale, ha saputo trasformare la sua musica in un linguaggio universale capace di unire cuori e culture. Attraverso ogni sua esibizione riesce a raccontarci storie di vita, di viaggio e amore per ciò che è autentico e profondo. In ogni concerto, in ogni suo progetto, Cristiana ci ricorda che la musica, quando nasce dall’anima, è un dono che può toccare chiunque, ovunque.

Cristiana Pegoraro ‘Colors of Love” dalla basilica di San Valentino, Terni https://www.youtube.com/watch?v=rhpoiIu_xCo