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Ci sono percorsi che si misurano in traguardi, e altri che si leggono nelle persone che restano, silenziosamente, all’origine di ogni passo avanti. Quando Paola Ruffo parla del suo cammino, la voce resta ferma, ma qualcosa cambia: si fa più intima, più autentica. È lì che affiora il senso più profondo di una storia che non è solo fatta di studio, ricerca e risultati, ma di legami.

Dalle pendici della Sila, a Casali del Manco, nel cuore della provincia di Cosenza, fino ai laboratori del  National Institutes of Health, il filo che unisce tutto non si è mai spezzato. Ha preso forma nelle difficoltà, si è rafforzato nei momenti più incerti, quelli vissuti lontano da casa, quando andare avanti significava credere in qualcosa anche quando sembrava più complicato farlo.

E in quel percorso, più di ogni altro riferimento, c’è una presenza che ritorna, costante. Una figura che non ha mai smesso di esserci, anche a distanza. Perché dietro ogni conquista visibile, spesso, c’è qualcuno che ha creduto prima, più forte, più a lungo.

Oggi Paola è una giovane ricercatrice italiana che si muove con sicurezza in uno dei contesti scientifici più avanzati al mondo, contribuendo ogni giorno alla comprensione di malattie complesse come la Sclerosi Laterale Amiotrofica. Ma il senso più autentico del suo percorso non sta solo nei risultati che potrà raggiungere, bensì nella direzione che ha scelto di dare alla sua vita.

Partiamo dalla Calabria: che tipo di ragazza eri e cosa ti ha portato verso la ricerca?

Ero una ragazza molto curiosa, piena di domande e con una grande voglia di costruirmi un futuro attraverso lo studio. Sono cresciuta in Calabria, una terra meravigliosa che ti insegna presto il valore dei sacrifici, della famiglia e della determinazione.

Fin da piccola sentivo il bisogno di capire il perché delle cose, non mi bastavano mai le risposte superficiali. La ricerca è nata così: dal desiderio di conoscere, ma soprattutto dalla consapevolezza che la conoscenza può diventare uno strumento concreto per aiutare gli altri. Per tanti anni pensavo che la mia strada sarebbe stata la medicina, perché volevo aiutare concretamente le persone a vivere meglio e a stare bene.

Poi, crescendo, ho capito che alla base di ogni cura, di ogni progresso medico e di ogni speranza per i pazienti c’è sempre la ricerca. Ho compreso che per aiutare davvero le persone non basta curare ciò che già conosciamo, bisogna anche scoprire ciò che ancora non sappiamo. È stato lì che ho capito che il mio posto era nella scienza.

Qual è stato il percorso, personale e professionale, che ti ha portata fino al National Institutes of Health?

È stato un percorso costruito con determinazione, ambizione e perseveranza. Ho sempre cercato di puntare al massimo: ogni traguardo raggiunto è stato uno stimolo a guardare oltre, spinta dal desiderio di crescere e mettermi continuamente alla prova.

Il mio cammino nella ricerca è iniziato in un momento di incertezza, dopo la laurea magistrale a Roma, quando non sapevo se intraprendere un dottorato o entrare in azienda. Ho scelto di prendermi del tempo e ho iniziato un tirocinio volontario nel laboratorio di genetica medica del mio professore: un’esperienza che oggi considero decisiva. È lì che qualcosa si è acceso e ho capito che quello era il mio mondo.

Ho iniziato a lavorare sulle malattie neuromuscolari, un ambito che mi ha coinvolta profondamente sia dal punto di vista scientifico che umano, grazie anche all’incontro con ricercatori talentuosi e un professore che mi ha dato la possibilità di imparare e sperimentare.

Successivamente ho intrapreso il dottorato tra Calabria e Roma: anni intensi, fatti di sacrifici, studio e continui spostamenti, ma fondamentali per costruire basi solide e acquisire maggiore consapevolezza.

A un certo punto ho sentito il bisogno di superare ogni limite e guardare oltre oceano. Ho inviato il mio curriculum a uno dei massimi esperti mondiali di SLA, che oggi è il mio responsabile, e mi ha dato fiducia accogliendomi nel suo team.

Così sono arrivata negli Stati Uniti, lasciando in Italia i miei affetti più cari e partendo con un biglietto di sola andata. Una scelta coraggiosa, forse la più difficile, ma anche quella che mi ha trasformata di più, come ricercatrice e come persona.

Ricordi il primo giorno a Washington: più entusiasmo o più paura?

Lo ricordo benissimo, ed è stato soprattutto paura. Una paura sana, lucida, accompagnata dalla consapevolezza di aver appena compiuto uno dei passi più grandi della mia vita. Ero volata oltre oceano, negli Stati Uniti, completamente da sola, con letteralmente due valigie in mano e tutto il resto lasciato in Italia: affetti, abitudini, certezze. In quel momento ho capito davvero cosa significasse ricominciare.

Non stavo solo cambiando Paese o lavoro, stavo aprendo un nuovo capitolo della mia vita, anzi un nuovo libro. Davanti a me c’era tutto da costruire: una nuova quotidianità, nuovi legami, nuove sfide professionali. Accanto alla paura c’era naturalmente anche l’entusiasmo di trovarmi in uno dei luoghi più importanti al mondo per la ricerca scientifica.

Ma il sentimento dominante, quel primo giorno, era il peso della responsabilità e la coscienza di aver scelto una strada difficile. Col tempo ho capito che spesso i momenti più importanti della vita arrivano proprio così: quando hai paura, ma vai avanti lo stesso.

 

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quella sarebbe stata la tua strada?

Sì, ed è stato un momento più emotivo che razionale. Ho capito che quella sarebbe stata la mia strada quando ho realizzato che dietro ogni provetta e ogni dato non ci sono numeri, ma vite reali: persone, famiglie, speranze.

Lavorando sulle malattie neurodegenerative ho sentito tutto questo in modo ancora più forte. La scienza ha smesso di essere qualcosa di distante ed è diventata concreta, capace di entrare nella vita delle persone e, anche solo in parte, di fare la differenza.

In un periodo in cui avevo ancora molti dubbi sul mio futuro, c’era però una certezza: quando ero in laboratorio mi sentivo nel posto giusto. È lì che ho capito che la ricerca non era solo un interesse, ma una responsabilità, un sogno e il modo in cui voglio dare il mio contributo al mondo.

Qual è stato lo shock più grande, umano o professionale, nel passaggio agli Stati Uniti?


Lo shock più grande è stato entrare in un sistema che corre a una velocità completamente diversa. Dal punto di vista professionale ho trovato un ambiente dinamico e meritocratico, dove contano le competenze e la capacità di cogliere le opportunità.

Ma lo shock più profondo è stato umano: trasferirsi negli Stati Uniti significa ricostruire da zero la propria vita, lontano dagli affetti e dai punti di riferimento. La solitudine e la distanza si fanno sentire, soprattutto nei momenti più importanti.

È proprio in queste difficoltà che cresci davvero: impari a essere indipendente, a conoscerti meglio e a trasformare la nostalgia in forza. Un’esperienza che mi ha arricchita professionalmente e resa più forte e consapevole come persona.

Di cosa ti occupi oggi, spiegato a chi non è del settore?

Oggi mi occupo di studiare malattie neurodegenerative come la SLA, cercando di capire cosa accade alle cellule nervose quando iniziano ad ammalarsi e, progressivamente, a perdere la loro funzione. In termini semplici, provo a ricostruire i meccanismi biologici che portano un neurone, che dovrebbe trasmettere segnali e permetterci di muoverci, parlare o respirare, a smettere di funzionare correttamente.

Il mio lavoro si concentra soprattutto sull’identificare i primi segnali della malattia, quelli che spesso non si vedono ma che sono fondamentali. Capire cosa succede nelle fasi iniziali è essenziale, perché è lì che un giorno potremo intervenire in modo più efficace. Ogni esperimento, ogni dato raccolto, ogni ipotesi verificata serve a mettere insieme i pezzi di un puzzle ancora incompleto.

È un lavoro complesso, che richiede pazienza e costanza, perché nella ricerca i risultati non arrivano mai dall’oggi al domani. Ma in fondo significa cercare risposte dove oggi esistono ancora troppe domande, con la speranza che ciò che scopriamo in laboratorio possa un giorno trasformarsi in un aiuto concreto per i pazienti.

C’è un lato umano o etico del tuo lavoro che ti tocca particolarmente?

Sì, ed è forse la parte che sento di più. Dietro ogni campione biologico, ogni dato genetico, ogni analisi che facciamo, c’è una persona reale che ha deciso di affidare alla scienza una parte di sé. Spesso questa scelta arriva in momenti difficili, quando si convive con la malattia o con la paura del futuro.

Per me questo è un atto di fiducia enorme. Significa credere che la propria esperienza, il proprio dolore o la propria storia possano servire ad aiutare qualcun altro. È qualcosa che non do mai per scontato. Mi ricorda costantemente che il nostro lavoro richiede rigore scientifico, ma anche rispetto umano.

L’aspetto etico della ricerca non riguarda solo regole e protocolli, ma il modo in cui custodiamo quella fiducia. Ogni giorno sento la responsabilità di fare bene il mio lavoro anche per onorare chi ha scelto di contribuire, spesso senza sapere se vedrà mai i risultati di quel gesto.

Quali sono le principali differenze tra il sistema di ricerca italiano e quello statunitense, e dove risiede il vero limite?

La differenza più concreta riguarda la struttura del sistema e la velocità con cui le opportunità diventano realtà. Negli Stati Uniti la ricerca è considerata un investimento strategico: ci sono più risorse, infrastrutture avanzate e una forte cultura della collaborazione, che permette di lavorare in modo più rapido e con maggiore libertà progettuale.

In Italia, invece, ho incontrato ricercatori di altissimo livello, con grande preparazione e una notevole capacità di problem solving, sviluppata anche grazie alla necessità di fare molto con risorse limitate. Il talento non è affatto inferiore, anzi spesso è eccellente.

Il vero limite, però, è soprattutto organizzativo e non scientifico. Finanziamenti incerti, burocrazia, percorsi di carriera poco chiari e una meritocrazia non sempre riconosciuta rallentano il sistema e scoraggiano i giovani. La scienza ha bisogno di continuità, visione e stabilità: quando ai ricercatori vengono garantiti strumenti adeguati e fiducia, i risultati arrivano naturalmente.

 Essere una giovane ricercatrice italiana negli Stati Uniti è più un vantaggio o una sfida?

Direi entrambe le cose, spesso nello stesso momento. È una sfida perché entri in un ambiente altamente competitivo, internazionale, dove il livello è molto alto e dove devi dimostrare continuamente il tuo valore. Ti confronti con persone brillanti provenienti da tutto il mondo, e questo ti spinge a crescere ogni giorno.

Ma è anche un vantaggio. Arrivare dall’Italia significa portare con sé una formazione solida, una buona capacità teorica e soprattutto una grande flessibilità mentale. Noi italiani spesso impariamo presto ad adattarci, a trovare soluzioni creative, a lavorare con risorse limitate senza perdere qualità.

Col tempo capisci che proprio ciò che pensavi potesse penalizzarti, venire da lontano, ricominciare da zero, dover dimostrare tanto, può trasformarsi in una forza distintiva.

Hai mai sentito di dover dimostrare di più?

Sì, molte volte. Quando sei giovane, donna e ambiziosa in un ambiente altamente competitivo, quella sensazione ti accompagna spesso. Non sempre si manifesta in modo esplicito, a volte è più sottile, quasi invisibile: un’aspettativa più alta, la percezione di dover confermare continuamente il proprio valore, di non potersi permettere errori che ad altri vengono perdonati più facilmente.

All’inizio può pesare davvero, perché richiede energie che gli altri non devono necessariamente spendere. Poi, però, succede qualcosa: impari a trasformare quella pressione in carburante. Ho scelto di rispondere sempre e solo con il lavoro, con la serietà, con i risultati.

Perché alla fine è lì che si vince, ed è lì che ci si guadagna il rispetto che conta davvero. Oggi, guardandomi indietro, capisco che quella pressione , pur essendo spesso ingiusta , mi ha anche temprata. Mi ha insegnato a non aspettarmi che il cammino si aprisse da solo, ma a costruirlo passo dopo passo, con le mani.

Com’è la tua vita fuori dal laboratorio a Washington?

Cerco di proteggerla, quella vita. La ricerca ha un ritmo intenso, a volte totalizzante, e ho imparato che per lavorare bene è fondamentale anche saper staccare davvero. Fuori dal laboratorio mi piace fare sport, restare attiva e cercare di vivere la città in tutte le sue sfumature, cogliendo le opportunità e le bellezze che offre.

Spesso organizzo anche piccole gite fuori porta per scoprire luoghi, musei e angoli di arte e cultura che caratterizzano questa zona. Cerco di dedicare i fine settimana alle persone che mi circondano: gli amici che, nel tempo, sono diventati una vera famiglia qui all’estero.

Ho costruito legami preziosi, nati anche per caso, che con il tempo sono diventati punti di riferimento importanti nella quotidianità. Vivere lontano da casa ti costringe a costruire una nuova normalità, pezzo dopo pezzo, con molta cura. Non è sempre semplice, soprattutto nei momenti più difficili, quando senti la distanza da chi ti conosce da sempre.

Però ho imparato anche questo: che si possono creare legami profondi anche lontano dalle proprie radici, e che saper stare bene da soli, così come costruire una casa ovunque ci si trovi, fa parte del percorso tanto quanto il lavoro in laboratorio.

Cosa ti manca di più della Calabria?

Mi mancano soprattutto le cose quotidiane: la mia famiglia, gli affetti e quella rete di legami che senti davvero quando sei lontana.

Mi mancano anche il mare, la luce e i profumi del Sud, tutto ciò che crea un senso di appartenenza difficile da spiegare. Il periodo più difficile è l’estate, perché in Calabria non è solo una stagione, ma un modo di vivere che senti ancora di più quando non ci sei.

Sono cose semplici, ma fondamentali, e quando mancano si fanno sentire davvero.

Ti vedi tornare in Italia in futuro? E cosa dovrebbe cambiare perché questo sia davvero possibile?

Sì, mi piacerebbe tornare, non solo per un legame affettivo ma per restituire qualcosa a un Paese che mi ha formata. L’Italia per me non è un ricordo, ma una possibilità concreta e anche una prospettiva futura.

Detto questo, il ritorno deve essere anche sostenibile dal punto di vista professionale. Nel mio ambito, quello delle malattie neurodegenerative, servono continuità, stabilità e risorse adeguate: senza queste condizioni è difficile costruire un percorso solido.

L’Italia ha già un enorme valore scientifico, soprattutto nella ricerca clinica sulla SLA, con competenze e qualità riconosciute a livello internazionale. Non deve inseguire, ma credere di più nel proprio potenziale.

Per rendere possibile il rientro servirebbero investimenti strutturali, percorsi di carriera chiari e meritocratici, maggiore stabilità e programmi concreti per chi torna dall’estero. Chi rientra deve poter costruire, non semplicemente adattarsi.

Io spero, un giorno, di poter riportare in Italia tutto ciò che ho imparato, contribuendo a far crescere un sistema che ha già tutte le basi per essere eccellente.

Se dovessi dedicare questo percorso a qualcuno, a chi andrebbe il tuo primo pensiero?

Alla mia mamma. Senza esitazione, senza neanche un secondo di dubbio. Lei è il motore di tutto. Ha sacrificato una parte enorme della sua vita per me e mio fratello, in silenzio, con quella costanza tranquilla e instancabile che hanno solo le persone davvero grandi. Nei momenti in cui non credevo abbastanza in me stessa, lei ci credeva per due. Nei momenti in cui la strada sembrava troppo ripida, era lei a darmi la spinta per continuare a salire.

E poi, più in grande, la dedica va a tutta la mia famiglia. Sono il fulcro del mio essere, la radice da cui parte tutto il resto. Senza di loro non sarei qui, non sarei la persona che sono, non avrei avuto il coraggio di partire sapendo di avere qualcosa di così solido a cui tornare.

Sono la cosa che mi manca di più ogni giorno, eppure sono anche la presenza più costante nella mia vita: in una telefonata, in un pensiero, in quel senso di casa che mi porto ovunque vada. Questo percorso è dedicato a loro. A chi ha creduto in me prima ancora che io sapessi in cosa credere.

E forse è proprio questo il filo che attraversa tutta l’intervista: la capacità di tenere insieme ambizione e identità, crescita professionale e autenticità umana. Perché si può andare lontano, attraversare confini e cambiare vita, ma ci sono radici che non si spezzano, si trasformano in guida, in equilibrio, in forza silenziosa.

Lo  sguardo di Paola è uno sguardo che unisce mondi diversi, con la consapevolezza che il vero traguardo non è solo ciò che si raggiunge, ma ciò che si diventa lungo il cammino. E in ogni passo, anche a migliaia di chilometri da casa, c’è sempre un pezzo di quell’amore da cui tutto è partito.