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Tra due mondi, un’identità in movimento

C’è una linea sottile che unisce chi parte e chi resta. Non si vede, ma si sente: nei gesti quotidiani, nei ricordi improvvisi, nella lingua che cambia ritmo ma non radici. È proprio su questo confine emotivo che si muove “Radici/Roots: Celebrating Italian Creativity in the USA”, la mostra collettiva dell’Italian-American Art Circle (IAAC), ospitata al Glenview Mansion Art Gallery di Rockville, nel Maryland, e aperta dal 30 marzo all’8 maggio 2026.

Un progetto che non si limita a esporre opere, ma prova a dare forma a una condizione condivisa: quella di essere italiani lontano dall’Italia, senza mai esserlo davvero fino in fondo altrove.

Il progetto di Federica Giove: trasformare la distanza in arte

Alla base della mostra c’è lo sguardo e la sensibilità di Federica Giove, artista e curatrice, che ha costruito questo progetto come si costruisce un racconto intimo. Non un’operazione teorica, ma qualcosa di vissuto, attraversato in prima persona.

Trasferirsi negli Stati Uniti significa inevitabilmente ridefinire se stessi. Per Giove, questa trasformazione passa attraverso la pittura, che diventa uno spazio in cui trattenere ciò che rischia di sfuggire: la memoria, i luoghi, le emozioni legate all’Italia. Radici/Roots nasce proprio da qui, dalla volontà di condividere questa esperienza con altri artisti che vivono lo stesso scarto geografico ed emotivo.

Il risultato è una mostra che ha il respiro di qualcosa di collettivo, ma il battito di una storia personale.

L’Italia come memoria, l’America come possibilità

Camminando tra le sale del Glenview Mansion, si ha la sensazione di attraversare un territorio sospeso. Le opere raccontano un equilibrio mai del tutto risolto: da una parte l’Italia, evocata come luogo dell’infanzia, dei paesaggi interiori, delle radici; dall’altra gli Stati Uniti, spazio concreto di costruzione, lavoro, crescita.

Non c’è nostalgia fine a se stessa, ma una tensione continua. La memoria non è rifugio, diventa materia viva, qualcosa da rielaborare. È qui che l’arte entra in gioco: come strumento per tenere insieme ciò che è lontano, per dare una forma a quella sensazione di essere sempre un po’ altrove.

Undici artisti, undici modi di raccontarsi

La forza della mostra sta nella pluralità degli sguardi. Gli undici artisti coinvolti — Federica Giove (PEGU), Andrea Limauro, Antonella Manganelli, Elisabetta Marmolo, Maria Elena Moioli, Elena Olivi, Isabella Panizzolo, Davide Prete, Alessandra Ricci, Giacomo Sannino e Rita Tersio — non cercano una narrazione unitaria, ma costruiscono un mosaico di esperienze.

C’è chi affronta temi sociali e ambientali, come Andrea Limauro, e chi si muove in una dimensione più simbolica e visionaria, come Antonella Manganelli. Le figure intense di Elisabetta Marmolo dialogano con le narrazioni materiche di Maria Elena Moioli, mentre Elena Olivi porta la sua ricerca tra illustrazione e tessile.

Isabella Panizzolo lascia emergere una nostalgia luminosa, fatta di colori accesi e richiami pop; Davide Prete lavora sul rapporto tra forma, spazio e tecnologia; Alessandra Ricci sperimenta tra tecniche e materiali; Giacomo Sannino ci stimola  ad una interpretazione libera e crea una connessione emotiva profonda che supera l’apparenza delle forme: Rita Tersio scolpisce ricordi, trasformandoli in presenza fisica.

Undici percorsi diversi, uniti da una stessa urgenza: raccontare cosa resta, e cosa cambia, quando si vive lontano da casa.

Una mostra che dialoga con la comunità

Radici/Roots non si chiude nello spazio espositivo. Al contrario, si apre al territorio, coinvolgendo nuove voci attraverso due open call: una rivolta agli studenti della Walt Whitman High School e l’altra ai creativi di origine italiana nell’area DMV.

Un’estensione naturale del progetto, che rafforza il suo carattere di ponte culturale e lo radica nel tessuto locale. Non solo artisti affermati, quindi, ma anche nuove generazioni chiamate a riflettere sul significato di identità e appartenenza.

Il momento più diretto di questo dialogo sarà il Meet the Artists, previsto per il 19 aprile 2026, un’occasione per incontrare gli artisti e ascoltare le storie dietro le opere.

Dove le radici continuano a crescere

In un panorama come quello di Washington DC, sempre più attento alle contaminazioni culturali, Radici/Roots si inserisce come un progetto necessario. Non perché celebri l’italianità in modo nostalgico, ma perché la mette in discussione, la attraversa, la rende contemporanea.

Quello che emerge non è un’identità fissa, ma qualcosa di vivo, in continuo movimento. Le radici non sono più solo un punto di partenza, ma diventano strumenti per orientarsi altrove, senza perdersi.

E forse è proprio questo il cuore della mostra: raccontare che si può abitare la distanza senza smettere di appartenere. Che si può partire, cambiare, trasformarsi,  e continuare, in qualche modo, a riconoscersi.

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