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In Italia esistono giornalisti che hanno attraversato il tempo senza mai inseguirlo, restando fedeli a un’idea rigorosa e civile dell’informazione. Gianni Festa è uno di questi. Decano del giornalismo campano e figura di riferimento a livello nazionale, ha dedicato oltre sessant’anni della sua vita a raccontare il Sud e l’Italia con lo sguardo lungo di chi conosce la storia e il rispetto profondo di chi conosce le persone.

Nato in Irpinia, Festa inizia giovanissimo la sua attività giornalistica, muovendo i primi passi nella stampa locale fino a diventare, nel 1968, direttore del Corriere dell’Irpinia, testata che sotto la sua guida si trasforma in una vera palestra di giornalismo e in un punto di riferimento per l’informazione del Mezzogiorno. Nel corso degli anni fonda e dirige numerose testate, tra cui Ottopagine e Proposta Sud, contribuendo a formare generazioni di giornalisti e a costruire un modello di informazione radicato nei territori ma capace di parlare al Paese intero.

La sua carriera non si limita alla carta stampata. Festa è stato protagonista anche nel mondo della televisione e dell’informazione audiovisiva, portando la sua idea di giornalismo rigoroso e indipendente in diverse esperienze editoriali. È stato inviato in contesti complessi, in Italia e all’estero, e ha raccontato momenti cruciali della storia contemporanea, dal terremoto dell’Irpinia alle grandi trasformazioni politiche e sociali del Paese.

In un’epoca segnata dalla velocità delle notizie e dalla fragilità dell’informazione locale, Gianni Festa rappresenta una voce controcorrente: quella di un giornalista che ha sempre creduto nel valore del racconto, nella responsabilità delle parole e nel ruolo civile della stampa. La sua attenzione costante alle aree interne, allo spopolamento e alla perdita di identità dei territori rende il suo lavoro oggi più attuale che mai.

Mentre United States Of Italy si avvia verso l’uscita del numero cartaceo dedicato alle Eccellenze italiane 2026, il nostro racconto prende forma online seguendo una scelta precisa: raccontare l’eccellenza anche dove si costruisce il senso critico di una comunità.

Perchè tra le storie che meritano di essere riconosciute ci sono anche quelle di chi ha fatto del giornalismo un presidio civile, un mestiere di responsabilità e memoria. In questa direzione incontriamo Gianni Festa, direttore del Corriere dell’Irpinia, per percorrere una vita spesa nell’informazione e riflettere sul valore profondo del raccontare la realtà, ieri come oggi.

 La sua carriera nel giornalismo è iniziata giovanissimo e copre oltre sei decenni. Quali sono stati i momenti o le esperienze che ritiene più formativi e significativi nel suo percorso da redattore a direttore?

I momenti più formativi coincidono con l’inizio, quando entrai per la prima volta in tipografia, alla Pergola, ancora minorenne. Lì ho imparato che il giornalismo è prima di tutto un lavoro collettivo, fatto di mani sporche d’inchiostro, confronto, fatica e rispetto dei ruoli. Fondamentale è stato l’incontro con il pensiero meridionalista di Guido Dorso, che mi ha insegnato a guardare il Sud non come periferia ma come questione nazionale. Poi l’esperienza a Il Mattino, dove ho attraversato tutta la filiera professionale fino a diventare caporedattore, lavorando accanto a Sergio Zavoli: una scuola di rigore, metodo e responsabilità. Ogni passaggio, dall’inchiesta locale all’invio internazionale, mi ha insegnato che il giornalismo non è mai neutro, ma deve essere onesto.

Lei ha fondato e diretto testate storiche come “Ottopagine”, “Proposta Sud” e il “Corriere dell’Irpinia”. Qual è stata la sua visione editoriale nel fondare nuove testate e come pensa che queste abbiano contribuito al dibattito pubblico nel Mezzogiorno?

La mia visione editoriale è sempre stata chiara: costruire strumenti di informazione liberi, radicati nel territorio e capaci di parlare al Mezzogiorno con dignità, senza sudditanze politiche o economiche. Ottopagine nasce nella cucina di casa mia, con una squadra di giovani colleghi, per rispondere a un bisogno reale di informazione e di identità. Non ho mai accettato compromessi che snaturassero una linea editoriale fondata sulla legalità e sul bene comune. Queste testate hanno contribuito a dare voce a territori spesso dimenticati, a raccontare le contraddizioni e le speranze del Sud, formando anche una nuova generazione di giornalisti.

Direttore può raccontarci in quale occasione firmò il suo primo editoriale per il Corriere dell’Irpinia?

“Il Corriere dell’Irpinia, fondato nel 1923 da Guido Dorso, era diretto da un omaccione dai toni burberi, ma dall’animo nobile: Angelo Scalpati. Entrai a far parte della giovane pattuglia di collaboratori e nel tempo diventai il suo braccio destro. D’improvviso dall’altoparlante dell’albergo in cui ero ospitato mi avvertivano che ero desiderato al telefono. Corro, dall’altro capo del filo un collega con la voce sofferente mi avvertiva che il direttore Scalpati era morto e che io avrei dovuto rientrare subito per sostituirlo. Di fretta e furia racimolai un po’ di biancheria e corsi in stazione per prendere il primo treno in partenza per il Sud.

Per tutto il viaggio intriso di dolore il mio pensiero fu rivolto a come avrei potuto commentare sul settimanale in uscita l’addio terreno del direttore. Arrivai trafelato in redazione, era notte fonda. Provai e riprovai incipit e nonostante i tanti tentativi non riuscii a mettere insieme un ricordo che potesse dare onore allo scomparso.

D’altra parte, quello sarebbe stato il mio primo editoriale in assoluto. Si rischiarava ormai il cielo annunciando l’alba quando con gli occhi assonnati mi venne un’idea. Presi un foglio bianco, disegnai lo spazio su due colonne dell’editoriale che solitamente redigeva il direttore e detti il titolo: «Ho finito» lasciando le due colonne in bianco. E firmai in calce «Angelo Scalpati».

Nel corso della sua carriera ha lavorato sia nella carta stampata che nella televisione. In che modo queste esperienze nei diversi media hanno influenzato il suo approccio al giornalismo e all’informazione?

Ogni mezzo ha un linguaggio diverso, ma i principi non cambiano. La carta stampata mi ha insegnato il valore del tempo, della riflessione, della parola pesata. La televisione e l’audiovisivo mi hanno costretto a confrontarmi con la sintesi e con l’immediatezza, senza però rinunciare alla profondità. Il rischio, oggi più che mai, è che la velocità prenda il posto del pensiero. Io continuo a credere che il giornalismo debba fermarsi un passo prima della fretta, per restituire senso ai fatti.

Lei è stato protagonista di importanti momenti storici come inviato e ha raccontato crisi, conflitti e grandi trasformazioni sociali. Qual è il ruolo del giornalismo nel raccontare la verità in tempi di crisi e cambiamento sociale?

Il giornalismo, nei momenti di crisi, ha il dovere di stare dalla parte della verità e degli ultimi. L’ho imparato raccontando il Medio Oriente, la Sicilia ferita dalla mafia, il terremoto dell’Irpinia scavando a mani nude tra le macerie. In quei contesti non esiste spettacolarizzazione possibile: esiste solo la responsabilità di testimoniare. Il giornalista deve essere presente, non protagonista, capace di raccontare il dolore senza sfruttarlo e di dare voce a chi non ne ha.

Direttore Festa può raccontarci l’esperienza più spaventosa che ha vissuto come inviato?

“La prima volta della paura fu quando, nel 1982, inviato in Medio Oriente, vidi puntarmi al petto, da un ragazzo che giocava a fare la guerra, un Kalashnikov pronto a essere usato. Raggelai. In un attimo vidi passare davanti ai miei occhi le immagini più significative della mia esistenza, dai miei cari alla vita che stava per andare via.

Poi il mitra si spostò da me verso il cielo e il ragazzo iniziò gridare a squarciagola i nomi dei giocatori della nazionale italiana di calcio: «Cabrini, Rossi» e ripeté più volte il nome di «Pertini, Pertini, Pertini…». Mi aveva salvato lo scudetto tricolore sulla maglia militare che indossavo. La vittoria dell’Italia ai mondiali era fresca e per fortuna quel ragazzo era un tifoso degli Azzurri“.

Negli ultimi anni ha spesso espresso preoccupazione per lo spopolamento e le sfide delle aree interne come l’Irpinia. Come vede il futuro del giornalismo locale nella valorizzazione delle comunità e nella difesa dell’identità culturale e sociale di questi territori?

Il giornalismo locale ha ancora un compito fondamentale: custodire la memoria e difendere l’identità dei territori. Le aree interne rischiano di essere cancellate non solo fisicamente, ma culturalmente. Un giornale deve raccontare ciò che resta e ciò che può rinascere, formare una nuova classe dirigente, difendere la legalità. Senza questo lavoro quotidiano, lo spopolamento diventa anche spopolamento di idee.

In oltre sessant’anni di carriera ha visto cambiare linguaggi, tempi e responsabilità del giornalismo. C’è un errore che oggi vede ripetersi troppo spesso nell’informazione contemporanea e che lei, da direttore, non tollererebbe mai in redazione?

L’errore più grave è la rinuncia alla riflessione. Oggi conta arrivare primi, non essere giusti. Le fake news prosperano perché la verifica è considerata un ostacolo e non un dovere. Da direttore non ho mai tollerato superficialità, appartenenze mascherate da neutralità e una scrittura povera di contenuti. Il giornalismo non è un mestiere da eseguire in fretta, ma una responsabilità civile.

L’Irpinia è una terra che lei ha raccontato per una vita. Se dovesse descriverla oggi con un titolo di giornale, quale sarebbe?

“Irpinia, terra resistente: memoria, sfide e futuro da difendere.”

Se potesse tornare indietro e parlare al Gianni Festa ventenne che muoveva i primi passi in redazione, quale consiglio gli darebbe? E quale invece non seguirebbe più?

Gli direi di continuare a studiare, ascoltare e osservare prima di scrivere, senza mai separare il mestiere dal senso di responsabilità verso i lettori, i territori e i fatti raccontati. Gli direi di non inseguire il consenso e di non confondere mai la velocità con la qualità, perché il giornalismo è fatto di tempo, verifica e rispetto della realtà. Forse oggi gli direi di mantenere sempre uno sguardo critico anche su ciò che sembra acquisito, senza mai smettere di interrogarsi. Ma rifarei, senza esitazioni, la scelta di credere in un giornalismo libero, rigoroso e utile alla comunità.

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