Enza De Paolis affida alla fotografia il compito di varcare la soglia dell’invisibile: i suoi scatti non sono semplici immagini, ma aperture su mondi interiori, specchi d’acqua dove riflessioni e visioni si fondono come alchemiche apparizioni.

Dal 2008, la sua voce visiva ha attraversato gallerie e musei, dall’Italia all’estero, sussurrando verità segrete. Il suo cammino è punteggiato da riconoscimenti importanti: il Primo Premio al Museo MIIT di Torino nel 2014, le mostre personali curate da Guido Folco (Direttore del MIIT) e Alberto Moioli (Direttore dell’Enciclopedia d’Arte Italiana), fino alle intense esposizioni milanesi al Museo d’Arte e Scienza e alla Fondazione Matalon. Oltre a essere una presenza costante all’interno della prestigiosa Enciclopedia d’Arte Italiana, è anche autrice di alcuni libri (“Dal buio alla luce. La conquista di un’identità”, “L’ora buia. Il tempo e l’attesa” ed “Emozioni liberate”), che raccontano il suo percorso personale e artistico.
Com’è nata la sua passione per la fotografia? Osservando gli scatti di altri fotografi, che attraversavano il mondo alla ricerca dell’essenza delle cose e di significati nascosti. Invidiavo la loro libertà e la possibilità di andare lontano. Ma io non potevo allontanarmi: la mia quotidianità, le radici, gli affetti mi trattenevano. Così ho iniziato a cercare l’anima del mondo nei luoghi più vicini, nei piccoli laghi della Brianza, nei riflessi d’acqua, nei cieli che cambiavano umore. Ho capito che non serviva partire per trovare la meraviglia: bastava imparare a guardare.
La Brianza, infatti, è oggetto di moltissimi scatti e rappresenta anche le sue radici. Io sono nata a Cantù, vicino a Como e questa terra di nebbie leggere e colline discrete, ancora oggi custodisce il mio sguardo e il mio cuore. Qui, già da bambina, mi perdevo nella solitudine e respirando la libertà, in risposta a un bisogno profondo di autonomia. Da ragazzina ero affascinata dalla luce che filtrava tra le foglie, dai riflessi nell’acqua, dalle ombre sui muri al tramonto che fotografavo con una piccola macchina fotografica analogica: non sapevo ancora nulla di tecnica, ma sentivo la necessità di bloccare quegli attimi e quei dettagli perché non andassero perduti.
Poi però, per un certo periodo, la vita l’ha allontanata dall’arte…Sì, mi ha portata altrove: da giovanissima, avevo circa 13 anni, ho lavorato in una stamperia, respirando l’odore dell’inchiostro, imparando il valore della precisione e del gesto lento. Ero affascinata da questo mondo di carta, di cultura e di sogni racchiusi nei libri. Poi sono stata impiegata in un’industria dolciaria: una realtà fatta di tempi serrati e turni, ma anche di manualità, attenzione, cura. A soli 22 anni mi sono sposata con l’uomo che ho conosciuto quando ne avevo 16 anni e, dopo un anno sono diventata madre, dedicandomi completamente alla famiglia.
E la maternità cosa ha rappresentato per lei? È stata una svolta profonda, ma anche un passaggio naturale, nonostante fossi molto giovane: da ragazza sono diventata donna, poi moglie, poi madre…ed è stato come un fiorire. Mi ha permesso di maturare e di scoprire nuovi lati di me. Avrei desiderato avere più figli e allargare la famiglia, ma per varie ragioni non è stato possibile. Eppure, quell’istinto è rimasto, caldo e presente. È come un sogno gentile che non ha preso forma, ma che continua a vivere nel mio cuore e si esprime nella mia arte.

Quando ha fatto della fotografia il suo focus? Intorno al 2008, grazie ad alcuni amici fotografi che mi hanno incoraggiata e spinta a credere in me stessa. Loro hanno visto nei miei scatti digitali una forza visiva e una voce poetica di cui io non ero ancora consapevole. Così sono nati i progetti iniziali e ricordo ancora l’emozione della mia prima esposizione a Milano: vedere le mie immagini osservate da un pubblico attento è stato come sentirmi finalmente capita.
Lei ha un legame speciale con la natura, non solo a livello artistico. Per me è rifugio e liberazione insieme. La natura mi riporta a me stessa. Mi placa, mi riordina dentro. C’è qualcosa nei dettagli, nelle piccole cose — un filo d’erba, un riflesso sull’acqua — che mi parla. Il riflesso in particolare mi chiama sempre, come se mi riconoscesse e contenesse qualcosa che appartiene anche a me. È un sentirmi a casa, uno stare sola senza sentirmi mai davvero sola: un amico silenzioso che mi guida verso un nuovo equilibrio.
Nelle sue opere ricorre spesso il tema del tempo. Che rapporto ha con il suo fluire? Il tempo per me è una corrente in cui mi lascio andare. Non lo combatto, non cerco di bloccarlo. Lo guardo scorrere. Ogni cosa — la gioia, la paura, il dubbio, la bellezza — arriva e se ne va. E io cerco di accoglierla tutta perché anche le difficoltà e i dolori, hanno una loro luce, un insegnamento nascosto. Cerco sempre di trovare il bello, anche nei momenti più bui. È il mio modo di abitare il tempo: adagiandomi, ascoltandolo, trovando in esso un senso più ampio; in questo modo non mi spaventa: mi emoziona. È una materia viva, come la luce, come l’acqua.
Nei suoi lavori il riflesso ha un ruolo centrale. Cosa le offre in più rispetto all’immagine diretta? Me lo chiedo spesso anch’io. C’è qualcosa in esso che mi rapisce, forse perché non è mai statico. È vivo, mutevole, danzante. E poi c’è il colore, che si scioglie e si fonde come nella pittura, arte che ho sempre amato. Così, attraverso l’acqua e il riflesso, ho trovato un linguaggio visivo che mi permettesse di “dipingere” con la fotografia. I miei riflessi non sono semplici specchi della realtà, ma sembrano quadri, dipinti liquidi in bilico tra il visibile e il sogno.
In effetti la sua fotografia trasforma la realtà. Lei se ne rende conto già al momento dello scatto? Sento, in quel preciso istante, che c’è qualcosa. Lo percepisco, come un’intuizione che vibra nell’aria. Poi, quando riguardo le foto al computer, emergono elementi che non avevo colto — a volte persino dei visi e delle forme misteriose. È un processo che parte da una percezione sottile, che poi si definisce in un’immagine a cui dono un titolo che la rappresenti. Ogni fotografia è una scoperta, un viaggio che comincia nell’anima e termina nella visione.
Le capita mai, invece, di non percepire nulla? Sì, ci sono giorni in cui sento che tutto è muto, allora mi limito a fotografare un paesaggio nella sua essenza più pura. È come se il canale si chiudesse, e io dovessi semplicemente restare in ascolto, in attesa.
Si può affermare che si tratti di un processo artistico quasi esoterico? Assolutamente sì. Quando c’è una forte emozione, quando sento quel richiamo, è come se si aprisse un dialogo silenzioso tra me e il soggetto ritratto. Spesso è la natura a parlarmi, soprattutto l’acqua. È un colloquio sottile, invisibile, ma profondamente reale. Come se qualcosa mi chiamasse da dentro l’immagine, chiedendomi di essere visto, colto, custodito.
Che rapporto ha con il mistero e l’inconscio? L’invisibile mi affascina da sempre. È come un richiamo antico, una ricerca costante. Non è solo fede o speranza: è il desiderio profondo di guardare oltre, di capire ciò che non si vede: un’energia superiore, Dio… Il mistero non dà certezze, ma regala domande. Io mi sento immersa in quell’ignoto con cui continuo a cercare un legame e un dialogo che mi suggerisca il senso della vita.
Lei realizza anche dei ritratti molto particolari Ritraggo solo le persone di cui riesco a intravedere l’anima. Non mi interessa l’immagine esteriore, ma quella crepa di luce che rivela qualcosa di vero. Ricordo una mia amica che stava recitando: in un attimo, ho colto la sua essenza più profonda. O un musicista che suonava il violoncello… l’ho fotografato durante una pausa, ed esprimeva più verità in quel silenzio che in mille note.
Come gestisce un’emotività così profonda nella quotidianità? Credo che l’artista che vive il proprio lavoro con autenticità sia spesso ingenuo, fragile, esposto. E questa sensibilità, se da un lato nutre la mia arte, dall’altro mi rende più vulnerabile: per questo amo essere circondata da persone, scelte con cura, che mi fanno sentire capita, protetta e sostenuta,
Come si rapporta con il silenzio, che compare spesso nei titoli delle sue opere? Per me è fondamentale: è la mia ricarica, lo spazio in cui riesco davvero a vedere, a percepire, a capire. Nel mio silenzio non sono mai sola: lo cerco e ne ho bisogno per ritrovare me stessa e cominciare un dialogo interiore fatto di arte, vita, desideri, sogni, strade perse e da ritrovare. Anche se amo il contatto umano, il silenzio è il nutrimento spirituale che mi permette di rigenerarmi, per tornare a sentire e a fotografare.
Solitudine e amicizia: un binomio inscindibile per lei. La solitudine per me non è isolamento, è una culla silenziosa, una stanza segreta dove respiro, mi ritrovo e mi rigenero, eppure attorno a me pulsa una rete viva di amicizie profonde, anime che vibrano sulla mia stessa frequenza. È un equilibrio misterioso: lasciare spazio, toglierne, proteggere l’intimità e insieme condividerla. Difendo questo cerchio sacro con tutte le mie forze, perché in esso riconosco qualcosa di raro e prezioso.
L’acqua è un suo grande tema: specchio o soglia? Entrambi. Amo l’acqua quando non è ferma, ma quella che si muove, che vibra, si piega, si scompone. Come il tempo, come i pensieri, come la vita che non sta mai ferma. Amo i cerchi che si formano sulla superficie dei laghi, le onde che raccontano storie, quel momento in cui il caos si fa armonia e il mio occhio lo cattura, bloccando in un’immagine un dialogo con l’invisibile. In quell’attimo l’acqua diventa coscienza, espressione dell’inconscio e del divino.
Nelle sue opere viene dato ampio spazio anche alla luce. È una luce che affiora nelle immagini, nei titoli, nei riflessi; non ancora trovata, ma di cui sono sempre alla ricerca. Rappresenta un anelito, una sete di chiarezza, di identità, di comprensione del mio posto nel mondo.
Cos’è per lei la speranza? È un atto attivo, non basta sentirla, bisogna coltivarla. Io spero nella consapevolezza, in me stessa e nel mondo e spero che si torni a credere nelle radici, perché le stiamo perdendo. Nei miei scatti a volte si legge questa inquietudine, un’eco visiva di ciò che sento guardando una realtà che non riconosco più.
E poi c’è la pioggia sottile, che avvolge, accarezza e sembra lavare via il superfluo. Quando piove, esco: lascio che l’acqua scrosci su di me, che mi purifichi, che mi renda invisibile e vera, parte del tutto e al tempo stesso fuori da esso, soprattutto di notte, quando tutto tace.
L’uso del bianco e nero rivela una scelta specifica. Il bianco e nero è la mia voce nei momenti più profondi: lo utilizzo per dire ciò che il colore non osa. Perché nel contrasto tra luce e ombra, vedo più nitidamente il dramma, il dolore, l’assenza. Un volto, un addio, un silenzio: il bianco e nero per me è elaborazione, è poesia cruda, è l’inchiostro del cuore che ha perso le parole.
Come descriverebbe il suo stile? Pittorico, alchemico, intuitivo. Non fotografo mai per documentare, ma per evocare. Cerco il simbolo, la soglia, il respiro invisibile delle cose. Per me la fotografia è una forma di meditazione, di preghiera silenziosa. È ascolto, non conquista. Non voglio catturare la realtà, ma sintonizzarmi con essa.
Se dovesse definire in una sola frase la sua visione artistica? Fotografare è cercare l’anima del mondo, sapendo che, ogni tanto, lei si lascia trovare.

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