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Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno iniziato a investire con sempre maggiore decisione nel calcio. Tra nuovi stadi, competizioni internazionali e l’arrivo di giocatori provenienti dai principali campionati europei, il movimento calcistico americano sta vivendo una fase di forte crescita. Ma quanto è davvero vicino il calcio statunitense al livello europeo? E quale futuro può avere negli anni a venire?

Per comprenderlo meglio, United States of Italy ha intervistato uno dei dirigenti più discussi e influenti della storia del calcio italiano, Luciano Moggi, protagonista di un’epoca in cui la Serie A era considerata il campionato più forte del mondo.

Direttore Moggi, negli ultimi anni gli Stati Uniti stanno investendo molto nel calcio. Come vede oggi la crescita del calcio americano rispetto a quello europeo?

«Devo dire che negli ultimi anni sono emersi alcuni giocatori interessanti che hanno anche avuto l’opportunità di giocare nei campionati europei. Alcuni di loro stanno facendo bene, ma ovviamente non rappresentano ancora la maggioranza. Il calcio italiano, per esempio, rimane complessivamente più professionale e competitivo. Ci sono realtà molto solide, come quelle che abbiamo visto nel tempo con squadre importanti come la Juventus, ma nel complesso il livello del calcio americano non può ancora essere paragonato a quello dei grandi campionati europei.»

Negli ultimi anni molti giocatori italiani ed europei hanno scelto di andare a giocare negli Stati Uniti. È una scelta di fine carriera o esiste anche un progetto sportivo più ampio?

«Nella maggior parte dei casi si tratta di una scelta di fine carriera. I giocatori arrivano negli Stati Uniti quando hanno già dato molto in Europa e cercano contesti dove poter continuare a giocare con meno pressione e spesso con condizioni economiche molto interessanti. Gli Stati Uniti attraggono professionisti e grandi campioni, ma nella maggior parte dei casi è una scelta personale ed economica, più che un progetto sportivo strutturato.»

Secondo lei i club americani potranno un giorno competere davvero con quelli europei?

«Se devo essere sincero, oggi direi di no. Il calcio negli Stati Uniti è seguito soprattutto dai giovani e sta crescendo, ma non ha ancora una struttura comparabile con quella dei grandi club europei. Ci sono altri sport molto più radicati nella cultura americana. Certo, tutto può evolvere nel tempo, ma al momento la distanza resta significativa.»

Qual è la differenza più grande tra il modo di vivere il calcio in Italia e negli Stati Uniti?

«È soprattutto una questione culturale. In Italia il calcio è parte della vita quotidiana, quasi qualcosa di sacro. Lo si vive dal lunedì alla domenica, con discussioni, polemiche, passioni. È un fenomeno sociale prima ancora che sportivo.

Negli Stati Uniti invece l’approccio è molto diverso, più moderno e organizzato. Gli stadi, per esempio, sono strutture integrate con negozi, ristoranti e servizi per le famiglie. La partita diventa un’esperienza completa di intrattenimento. Da questo punto di vista l’America è molto avanti rispetto all’Italia.»

Negli Stati Uniti potrà nascere una vera scuola calcistica, come accade in Europa?

«È difficile dirlo. Sicuramente il calcio americano sta crescendo e c’è un avvicinamento al modello europeo, ma la mentalità sportiva è diversa. In Italia il calcio si vive con una continuità quasi religiosa. In America invece è ancora uno sport in evoluzione, che deve trovare la propria identità.»

Lei ha vissuto un’epoca in cui la Serie A era il campionato più forte del mondo. Quali ricordi porta con sé di quegli anni?

«Erano anni straordinari. Il calcio italiano era al centro del panorama internazionale. Ricordo con grande emozione il Mondiale del 2006 vinto dall’Italia a Berlino contro la Francia national football team. Fu un momento indimenticabile.

La qualità dei giocatori che militavano nel nostro campionato era incredibile. Le squadre avevano campioni di livello mondiale e ogni partita era una sfida ad altissimo livello.»

Come è cambiato il calcio italiano rispetto a quegli anni?

«È cambiato molto. Una volta il nostro campionato era il più bello e competitivo del mondo. Oggi è più regolamentato e meno aperto rispetto al passato. Come dirigente ho vissuto questo passaggio con attenzione: il calcio italiano resta importante, ma non ha più la centralità internazionale che aveva negli anni migliori.»

Se dovesse dare un consiglio ai dirigenti del calcio americano, quale sarebbe?

«Il consiglio principale riguarda i settori giovanili. Come nella vita, bisogna investire sui giovani e sulla loro formazione. I campioni non nascono per caso: devono essere coltivati, seguiti e guidati da dirigenti competenti. Senza una struttura forte alla base, nessun movimento calcistico può crescere davvero.»

Quest’estate gli Stati Uniti ospiteranno una grande competizione internazionale. Che cosa si aspetta da questo evento?

«Sarà sicuramente un momento importante per il calcio americano. Eventi di questo tipo portano visibilità, pubblico e attenzione mediatica. Potrebbe essere anche un’occasione per scoprire nuovi talenti e rafforzare ulteriormente il movimento calcistico negli Stati Uniti.»

C’è qualcosa che rimpiange nella sua carriera? E qual è stata la sua più grande soddisfazione?

«Un rimpianto c’è: vedere il calcio italiano gestito in alcuni momenti da persone che non avevano l’esperienza necessaria. Questo ha avuto conseguenze anche a livello internazionale, come dimostrano alcune difficoltà della nazionale negli ultimi anni.

Le soddisfazioni, però, sono tante. Aver contribuito a costruire squadre competitive e aver vissuto un periodo in cui la Serie A era considerata il miglior campionato del mondo resta per me motivo di grande orgoglio.»

Oggi il calcio globale continua a trasformarsi. Tra tradizione europea e nuove ambizioni americane, il futuro del gioco sembra sempre più internazionale. Ma come ricorda Moggi, la vera forza di ogni movimento calcistico rimane una sola: «curare i giovani e costruire nel tempo». Da lì, come sempre, nascono i campioni.

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