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Ci sono esseri che non parlano la nostra lingua, ma sanno leggere il battito del cuore, l’odore della paura, il silenzio della disperazione. Sono i cani da lavoro, fedeli compagni e infaticabili angeli a quattro zampe che, senza chiedere nulla in cambio, si mettono ogni giorno al servizio della vita. Nelle macerie di un terremoto, tra le nevi insidiose di una valanga, in un aeroporto brulicante o in una stanza d’ospedale, il loro fiuto, il loro coraggio, la loro empatia diventano strumenti di salvezza e conforto.

I cani antidroga pattugliano con discrezione, ma con infallibile determinazione. Quelli da soccorso alpino si calano in burroni impervi, sfidando il gelo e la paura. I cani da ricerca e da catastrofe lavorano instancabili tra le rovine, seguendo tracce invisibili agli occhi umani. Poi ci sono i cani della pet therapy, capaci di ricucire ferite che la medicina non sa curare, semplicemente con la presenza, con il calore di un corpo che respira accanto al nostro.

E infine, ci sono loro: i cani da salvataggio, i guardiani del mare, abituati a scrutare l’orizzonte con lo stesso sguardo fiducioso con cui si gettano tra le onde, là dove la paura può paralizzare un uomo, questi animali rappresentano un modello straordinario di collaborazione tra specie. Ogni missione è un patto di fiducia, dove l’istinto si fonde con la tecnica e il coraggio non ha bisogno di parole.

A raccontarci questo mondo fatto di addestramento rigoroso e amore incondizionato è Stefano Poggi, istruttore I.A.MA.S. (Istruttore nelle Arti MArinaresche per il Salvataggio ), educatore cinofilo e responsabile dell’unità cinofila della sezione di Nervi della Società Nazionale di Salvamento.

Come nasce la Società di Salvamento di Nervi e qual è la sua missione?

È una sezione della Società Nazionale di Salvamento, un ente nato con l’obiettivo di garantire la sicurezza in mare. Il suo scopo principale è formare bagnini di salvataggio e promuovere la cultura del soccorso in acqua. Oltre ai corsi per la preparazione tecnica, vengono organizzati anche percorsi formativi sul primo soccorso e sulla gestione delle emergenze in ambiente marino. All’interno dell’Associazione le unità cinofile rappresentano una sezione specifica e relativamente recente: l’idea di affiancare i cani al salvataggio è stata introdotta in Italia negli anni ’80, ma ha iniziato a diffondersi su larga scala solo ultimamente.

Una postazione in spiaggia presidiata da Stefano e dai suoi due cani Lalla e Kim

Quali sono le differenze tra un cane da salvataggio acquatico e uno da soccorso terrestre?

Le differenze risiedono sia nelle caratteristiche fisiche sia nelle attitudini specifiche richieste dai diversi ambienti operativi. Nel contesto marino sono preferite razze dotate di un’ottima predisposizione natatoria, un forte istinto collaborativo, una buona attitudine alla socialità e socializzazione e un peso ideale superiore ai 25 chilogrammi. Esempi classici sono il Terranova, il Labrador, il Golden Retriever, il Flat Coated Retriever, il Cane d’Acqua Portoghese (Cão de água português) e il Leonberger, tutti selezionati per la naturale predisposizione all’acqua.

Per il soccorso terrestre, invece, si prediligono razze agili come i cani da Pastore (per esempio il Malinois o il Border Collie), oltre a cani robusti come il San Bernardo, tradizionalmente impiegato nelle operazioni in valanga, sebbene negli ultimi anni, si stiano impiegando anche cani più leggeri per facilitare il movimento su macerie o superfici instabili.

Oltre alle peculiarità fisiche è fondamentale la personalità del cane: deve essere docile, equilibrato e ben socializzato, capace di mantenere la calma e interagire serenamente anche in ambienti affollati come le spiagge.

Fase finale di un recupero con cane

Da che età è possibile riconoscere se un cucciolo è portato per il lavoro di salvataggio in acqua?

Già tra i tre e i sei mesi si possono fare le prime valutazioni di base. L’addestramento parte con esercizi di obbedienza e socializzazione, seguiti dall’osservazione della reazione del cane all’acqua. Per esempio, io ho due cani e quella più anziana ha amato il mare fin dal primo momento, mentre l’altra ha mostrato diffidenza e ha richiesto un lungo lavoro per superare la paura e scoprire il piacere del nuoto.

Da ciò si deduce che, in teoria, tutti i cani con le caratteristiche fisiche adeguate potrebbero essere addestrati, ma nella pratica non tutti si dimostrano idonei. Il salvataggio richiede infatti una predisposizione mentale e caratteriale specifica per affrontare le condizioni marine e lavorare in squadra con l’uomo: se manifesta disagio persistente o non sviluppa l’attitudine a collaborare in acqua, è importante rispettare i suoi limiti e orientarlo verso attività più consone alle sue inclinazioni.

Lalla in acqua

Quali sono le fasi principali dell’addestramento?

La formazione inizia dai tre mesi (finito il ciclo vaccinale) con esercizi di base, mirati a costruire una buona obbedienza e una solida relazione con il conduttore. Si lavora sui comandi fondamentali — “seduto”, “a terra”, “resta”, richiamo, etc. — che sono essenziali per la sicurezza, ma tutto avviene con gradualità e rispetto. In questa fase iniziale si introduce anche l’acqua, che deve essere vissuta come un elemento positivo, un’esperienza piacevole. Si parla spesso di “battesimo dell’acqua”, che può avvenire al mare o in piscina, e serve a far nascere nel cane una familiarità positiva con l’ambiente acquatico.

Uscita in mare per un recupero

L’addestramento vero e proprio si intensifica verso l’anno di età, quando il cane ha completato lo sviluppo fisico. È fondamentale non forzare i tempi, soprattutto per razze soggette a displasia (una malattia dell’anca che colpisce prevalentemente cani di taglia grande e gigante), e per questo nei primi mesi si evita il lavoro sulla battigia, dove lo sforzo fisico è maggiore. Tutto è pensato per accompagnare il cane con equilibrio, proteggendone la crescita e valorizzandone le attitudini naturali. In questa fase il percorso diventa più tecnico e strutturato. Si lavora sul potenziamento delle capacità natatorie del cane, sull’affiatamento durante il nuoto in coppia con il conduttore e sul riporto, che pur nascendo come gioco, ha una forte valenza operativa. Il cane impara a recuperare oggetti come salvagenti, cime, remi o altri strumenti utili in situazioni di emergenza: per esempio può portare una cima a un surfista o a un gommone in difficoltà per permettere il traino verso la riva. Ogni oggetto diventa così un potenziale mezzo di salvataggio.

Come funziona il salvataggio in mare di una persona?

A differenza di quanto si crede comunemente il cane non entra quasi mai in contatto diretto con il pericolante. In una situazione di panico, la persona potrebbe infatti aggrapparsi all’animale nel tentativo di salvarsi, mettendo entrambi in pericolo. La regola fondamentale è che il salvataggio vero e proprio viene effettuato dal bagnino, che ha il compito di mettere in sicurezza la persona mentre il cane funge da supporto. Può infatti portare il rescue can (un fluttuante rigido di forma ovale), il rescue tube (un tubo galleggiante che aiuta a sostenere il bagnante soccorso), una cima o un salvagente anulare e traina il bagnino (che sta sorreggendo la persona in pericolo) verso riva. In questo modo il lavoro del soccorritore è alleggerito e l’intervento risulta più rapido ed efficace. La parola chiave, in ogni caso, resta una sola: sicurezza per tutti.

Apporto di anulare a un pericolante

Cosa accade se ci sono più persone da soccorrere contemporaneamente?

Il recupero è concepito per essere sempre uno a uno, ma in situazioni di emergenza può capitare di dover intervenire su più pericolanti allo stesso tempo. In questi casi, ove siano disponibili, si utilizzano mezzi di soccorso come sup o pattini più adatti a situazioni di soccorso multiplo. In mancanza di essi si dovrebbe saper valutare rapidamente chi tra i pericolanti sia in grado di collaborare — e quindi di essere supportato solo dal cane, con un salvagente o un rescue can — e chi, invece, è in maggior difficoltà o in panico e necessita assolutamente dell’intervento da parte del bagnino. Idealmente, ogni spiaggia dovrebbe essere presidiata da almeno due operatori proprio per far fronte a scenari simili anche se, purtroppo, non sempre accade.

Intervento di salvataggio del bagnino Giuseppe Ottonello con il cane Otto e rescue can

Ci sono situazioni in cui è sconsigliabile impiegare il cane?

Il principio guida è sempre la sicurezza: è fondamentale valutare molto bene la situazione per non mettere a rischio anche la vita del cane.

Il mare mosso, per esempio: un’onda di un metro, che per noi umani può essere affrontabile, per lui equivale a un vero e proprio muro e potrebbe causargli grandi difficoltà, soprattutto all’uscita dal mare.

In caso di incidenti in mare, affondamenti di barche e simili, bisogna considerare anche la potenziale presenza di sostanze tossiche, carburante, oggetti pericolosi dispersi (per esempio lamiere, ami, etc.) che possano rappresentare una minaccia per l’animale.

Lalla dopo un intervento con mare mosso

Un bagnino ha il diritto di non intervenire?

In quanto soccorritore ha l’obbligo di intervenire, ma se la sua azione può mettere a rischio anche la sua incolumità, deve fermarsi per non incorrere in imperizia. In questo caso deve procedere contattando la Guardia Costiera e il 112 perché facciano partire, per esempio, l’elisoccorso, una motovedetta, un’idroambulanza o una moto d’acqua attrezzata. Mettere in pericolo un’altra vita non ha senso. E vale anche per il cane: se vedi che non è in forma, che è agitato, lo lasci a riva.

Recupero di pericolante munito di salvagente

Quanto dura la carriera di un cane bagnino?

Ufficialmente, si può iniziare a lavorare sul campo a partire da un anno di età, una volta completata la crescita fisica. La carriera può proseguire fino ai 10 anni, età limite stabilita per motivi di sicurezza. Dopo i 10 anni, il cane può continuare a lavorare solo con certificazione veterinaria specifica e aggiornata.

Com’è strutturato un turno operativo?

Il turno ideale è di quattro ore continuative, oppure otto ore con almeno due ore di pausa. Nonostante siano cani forti e resistenti, il caldo, l’inattività e l’attesa sotto il sole mettono a dura prova anche loro. Quando il cane lavora è essenziale che abbia riposo adeguato, ombra, idratazione e monitoraggio costante.

Kim in postazione operativa su spiaggia

Chi rilascia i brevetti ufficiali?

Ci sono diverse scuole e associazioni abilitate al rilascio di brevetti per il salvataggio cinofilo. Alcune tra le più riconosciute sono la SNS (Società Nazionale di Salvamento), la SICS (Scuola Italiana Cani Salvataggio), l’Associazione Italiana Cani di Terranova, l’Associazione Dei dell’Acqua onlus e diverse associazioni della Protezione Civile

Tuttavia, va detto che non esiste una normativa specifica a livello nazionale per il riconoscimento degli attestati. Ci sono molte scuole e realtà, ma non tutte riconosciute dalla Capitaneria di Porto. Alcuni brevetti, per esempio, possono essere usati solo in ambito di volontariato e durante interventi ufficiali della Protezione Civile, ma non per impieghi professionali retribuiti.

Il cane può percepire il pericolo prima dell’uomo?

I cani sono animali estremamente sensibili, ricettivi e intuitivi e alcuni di loro sviluppano un istinto di controllo così forte da passare il tempo a “scannerizzare” la spiaggia con lo sguardo, come se stessero facendo una perlustrazione silenziosa. È qualcosa che colpisce, che emoziona.

Lalla e Chopin con strumenti di addestramento

Quali sono i principali problemi o pregiudizi che dovete affrontare?

Uno dei principali ostacoli è la mancanza di conoscenza e informazione: molte persone non sanno davvero cosa sia un cane da salvataggio, come lavora, quale formazione richiede e quale sia il suo valore reale. Spesso viene percepito come un semplice “animale in spiaggia” o un elemento “coreografico”. Inoltre c’è chi ha paura dei cani o teme problemi igienici. Per questo siamo sempre molto attenti: i cani operativi sono costantemente al guinzaglio durante i giri di controllo o accanto al bagnino nella postazione e non vagano tra la gente. Inoltre portiamo con noi tutto l’occorrente per raccogliere i bisogni e disinfettare. Il rispetto verso le persone e i luoghi è parte integrante del nostro lavoro.

Lalla traina Stefano e il salvagente fino al pericolante

Come si possono contrastare queste diffidenze?

Gli strumenti a nostra disposizione sono l’educazione e l’esempio. Sempre più spesso portiamo progetti nelle scuole per far conoscere ai bambini cosa significhi davvero lavorare in coppia con un cane e qual è il rispetto che merita. Quando lo si vede lavorare in acqua, al fianco del suo conduttore, si comprende che dietro ci sono impegno, dedizione, competenza e un legame profondo. Ed è lì che, spesso, anche lo scettico si ricrede.

Maia in osservazione del mare

Quanto conta il legame emotivo tra cane e conduttore?

La componente emotiva è fondamentale. Il cane non è una macchina: è un essere senziente, molto più sensibile di noi. Il rapporto che si costruisce nel tempo è alla base di tutto il lavoro: si vive insieme, ci si conosce profondamente, si cresce come squadra. Ogni attività deve tener conto non solo di ciò che il conduttore desidera, ma anche di ciò che l’animale è portato a fare e che gli dà gioia.

Se gli permetti di mostrarti chi è e cosa ama fare, ottieni una sintonia profonda. In acqua, per esempio, fra me e i miei cani bastano uno sguardo o un movimento e loro sanno già cosa fare.

Questo affiatamento funziona solo se il conduttore è centrato, preparato e lucido perché il cane percepisce tutto: se sei agitato, stanco, distratto. Alcuni reagiscono prendendo l’iniziativa, altri invece si bloccano. Il benessere del cane e la riuscita del salvataggio passano anche da lì.

Stefano Poggi e la sua Lalla

Guardando al futuro, quali sono i progetti o gli obiettivi che vi stanno più a cuore come associazione?

Abbiamo diversi progetti, e uno dei più importanti riguarda la diffusione della cultura cinofila, soprattutto tra i più giovani. Portare l’educazione al rispetto e alla comprensione del cane nelle scuole è fondamentale: aiuta a crescere cittadini più consapevoli, capaci di riconoscere il valore di questo meraviglioso animale per ciò che è davvero: un essere vivente con bisogni, caratteristiche e potenzialità proprie, non un giocattolo né un surrogato umano.

Sul fronte più organizzativo in questo momento siamo in attesa di indicazioni ufficiali da parte della Capitaneria di Porto, che ha introdotto una nuova direttiva creando non pochi cambiamenti. Le società che si occupano della formazione dei bagnini sono ferme, in attesa di capire come riorganizzarsi per costituire altri presìdi operativi e nuovi nuclei. I progetti di crescita ci sono, ma dipendono strettamente dall’evolversi di questa situazione.

Stefano Poggi e il collega Nicola Cetrangolo in postazione operativa con Lalla e Kim

Ci sono innovazioni tecnologiche che potrebbero influenzare il vostro modo di operare?

Nel salvataggio in acqua, le tecnologie stanno rapidamente evolvendo: dispositivi autonomi o telecomandati come idrogetti e anulari galleggianti motorizzati capaci di trainare un pericolante verso riva stanno diventando strumenti sempre più utilizzati e promettono di affiancare efficacemente i bagnini nel prossimo futuro.

Nei soccorsi terrestri, come in montagna o tra macerie, radar, droni, sensori e geolocalizzatori supportano concretamente il lavoro dei cani, accelerando le ricerche e migliorando l’efficacia degli interventi, ma senza sostituire il loro fondamentale ruolo.

In un mondo che spesso dimentica il linguaggio del cuore, gli animali continuano a parlarci con gesti silenziosi, offrendo lealtà, forza e salvezza. Impariamo a rispettarli non solo per ciò che sono, ma per tutto ciò che fanno per noi, senza chiedere nulla in cambio, se non il nostro affetto e il rispetto che meritano.

Lalla al termine di un’operazione di salvataggio

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