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C’è una frase che attraversa come una lama la storia di Filomena Di Gennaro e che oggi dà il titolo al libro che la racconta: “mia o di nessun altro”. La sintesi brutale di una cultura del possesso che ancora oggi alimenta la violenza di genere e che trova nel controllo e nella negazione dell’autonomia la sua espressione più estrema.

Il libro Mia o di nessun altro, scritto dal giornalista e scrittore Mirko Giudici e pubblicato da Graus Edizioni, racconta una storia individuale, ma soprattutto illumina un fenomeno collettivo che riguarda anche le comunità italiane all’estero, dove il tema della violenza di genere resta spesso sommerso tra isolamento e difficoltà di accesso ai servizi.

Una storia universale
Filomena nasce e cresce in Puglia, precisamente a Stornarella. È una giovane donna determinata, si laurea in psicologia e realizza uno dei suoi sogni più grandi: entrare nell’Arma dei Carabinieri. Nel 2005 vince il concorso e inizia il corso per diventare maresciallo.

Dopo dieci anni di relazione, Milena decide di lasciare il compagno, Marcello Monaco. Una scelta che, in una cultura ancora segnata da modelli patriarcali, viene percepita da lui come un affronto intollerabile.

Quando la violenza diventa sistemica
Il 13 gennaio 2006 segna una frattura irreversibile. Monaco percorre centinaia di chilometri armato, con un intento chiaro, uccidere.

Quello che colpisce, nella ricostruzione, non è solo la brutalità dell’atto, i colpi sparati a distanza ravvicinata, la reiterazione della violenza, ma la sua prevedibilità. I segnali c’erano: l’ossessività, le pressioni, l’incapacità di accettare la fine della relazione. Elementi che oggi, nel lavoro di prevenzione, riconosciamo come indicatori di rischio.

Milena riesce a salvarsi grazie alla presenza del tenente, che interviene e ferma l’aggressore, ma porta con sé una disabilità permanente. Dal 2006 vive su una sedia a rotelle.

Dalla vittima al soggetto politico
È qui che la sua storia smette di essere solo cronaca e diventa testimonianza attiva. Milena rifiuta la narrazione passiva della “vittima” e sceglie di esporsi in prima persona, trasformando la propria esperienza in uno strumento di consapevolezza e cambiamento.

Nasce così il Progetto Milena, supportato anche grazie al lavoro di Mirko Giudici, attraverso cui Filomena Di Gennaro porta direttamente nelle scuole la sua storia. Il racconto di ciò che ha vissuto diventa un mezzo concreto per sensibilizzare i più giovani sul tema della violenza di genere, aiutandoli a riconoscere i segnali precoci di relazioni tossiche, a decostruire gli stereotipi e a comprendere l’importanza di chiedere aiuto.

In collaborazione con il SIM Carabienieri (Sindacato Italiano Militari Carabinieri), questi incontri si configurano come spazi di educazione critica, la testimonianza di Filomena non viene proposta come racconto fine a sé stesso, ma come chiave di lettura per decodificare dinamiche relazionali spesso normalizzate quali il controllo, la dipendenza affettiva, la gelosia scambiata per amore.

Intervenire nei contesti in cui si formano identità e immaginari, come la scuola, significa agire su quel terreno invisibile in cui si radicano stereotipi e modelli di comportamento. È lì che si può davvero incidere, fornendo strumenti interpretativi prima ancora che difensivi.

Il valore del racconto
Dal punto di vista editoriale, Mia o di nessun altro si inserisce in quella produzione narrativa che unisce giornalismo e impegno civile. Giudici sceglie un registro accessibile ma mai superficiale, lasciando spazio alla voce di Milena senza cedere alla spettacolarizzazione del dolore.

Il merito principale del libro è proprio questo, evitare la trappola della “pornografia del trauma”. Un libro che mostra come la violenza non sia un evento isolato, ma l’esito di un sistema culturale. Racconta un’Italia che non è solo quella delle radici e delle tradizioni, ma anche quella delle contraddizioni e delle battaglie civili.

Il messaggio che emerge dalla storia di Milena è chiaro e radicale, la violenza sulle donne non è un problema delle donne. È un problema sociale, culturale, politico. Riguarda tutti. Riguarda gli uomini, chiamati a mettere in discussione modelli di mascolinità tossica. Riguarda le istituzioni, che devono garantire protezione reale e tempestiva. Riguarda le comunità dove il silenzio può diventare complicità.

La storia di Filomena Di Gennaro è una chiamata alla responsabilità e attraverso Mia o di nessun altro ricorda, con forza, che l’amore non può mai coincidere con il possesso.