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La Valle d’Aosta, con le sue montagne imponenti e i suoi paesaggi incantevoli, custodisce un patrimonio musicale che racconta storie di un tempo lontano che vive ancora nel cuore di chi abita queste terre. Nonostante la sua dimensione contenuta, la regione vanta una grande ricchezza storica e culturale, un crogiolo di usanze da cui scaturisce una musica che è la voce e l’espressione dell’anima di una comunità che ha sempre trovato nei canti e nei suoni un modo per celebrare la vita, il lavoro e l’amore per il territorio.

Il Monte Bianco – Ph. Henry Truchet

La musica tipica valdostana affonda le sue radici nell’antichità, risalendo addirittura all’epoca dei Salassi, un popolo celtico che abitava la regione ben prima dell’arrivo dei Romani. I canti che un tempo accompagnavano rituali propiziatori, di guerra e di passione si sono evoluti nel corso dei secoli, mantenendo tuttavia un filo rosso che li lega profondamente al passato. Questa connessione non si è mai spezzata: le influenze successive, dai Romani ai Franchi, fino ai Savoia, hanno arricchito il repertorio locale introducendo nuovi strumenti e stili, da cui è nata un’armonia capace di celebrare il passato ma anche di dialogare con il presente.

Non solo le parole, ma anche gli strumenti, raccontano la storia della Valle d’Aosta: la fisarmonica, il violino, il flauto traverso accompagnano danze tipiche come la “courenta” e il “bal folk”, eseguite durante le feste paesane e le celebrazioni stagionali. La musica e la danza erano, e sono ancora oggi, il cuore pulsante della comunità, un modo per ritrovarsi, per condividere emozioni e per mantenere vivo quel senso di appartenenza che lega ogni valdostano alla propria terra.

Alta Val Veny – Ph. Henry Truchet

Un aspetto distintivo della musica valdostana è il suo stretto legame con il patois o arpitano, il dialetto francoprovenzale parlato nella regione. Molti canti popolari sono eseguiti in questa lingua, contribuendo così alla preservazione di una parte fondamentale del patrimonio locale. Brani come Ma verda Vallaye , scritto nel 1957 dal canonico Jean Domaine, celebrano non solo le bellezze naturali delle montagne, ma anche l’emozione di un popolo che vive in sintonia con la natura che lo circonda. Allo stesso modo, pezzi come La Desarpa e Comboé raccontano storie di vita quotidiana, amore, gioia e fatica. Queste composizioni, tramandate di generazione in generazione, fanno parte di un patrimonio che non appartiene solo al passato, ma continua a risuonare nelle voci di chi vive oggi in Valle, grazie agli interpreti locali e ai gruppi musicali.

Tra gli artisti moderni che hanno contribuito a preservare e valorizzare la musica valdostana, spicca Philippe Milleret; nato e cresciuto in Valle d’Aosta, Milleret si definisce “Chanteur des Alpes” e ha dedicato la propria carriera a raccontare la storia e le emozioni della sua terra attraverso la musica. Tra le opere più celebri figurano gli album L’Istouère di Campagnar é le ten de sa viya (2009) e Dzenta Vallaye (2014), oltre ai brani Lo Demars, Danse Peuplo Valdotèn e La feilletta de Milan, che fondono memoria e modernità, creando un ponte tra passato e presente.

Cosa differenzia la musica valdostana rispetto ad altre tipiche alpine?

Quando si parla di regioni alpine, ci si riferisce a un’ampia varietà di territori che si estendono dalle Alpi Marittime in Liguria fino alle Dolomiti. Tra queste, le Alpi Graie, che comprendono la Valle d’Aosta, condividono molte caratteristiche con le Alpi Occidentali del Vallese, nel Cantone svizzero e della Savoia, in Francia. Queste aree, unite dalla maestosità del Monte Bianco e da affinità culturali, mostrano diverse analogie anche nel canto e negli strumenti musicali. Tra questi spicca la fisarmonica, in particolare quella a bottoni, nota come “organetto diatonico”, molto diffuso in Savoia. In Valle d’Aosta, tuttavia, negli ultimi decenni si è registrata una significativa e predominante influenza della musica popolare nazionale, in particolare del ballo liscio. Un fenomeno simile non si riscontra invece in Alto Adige, dove la tradizione musicale si avvicina maggiormente a quella austriaca e tedesca, con canti e stili completamente diversi.

Possiamo quindi parlare di un’evoluzione rispetto all’originale?

Assolutamente sì. Pur essendo profondamente legato alle nostre origini, riconosco che ci sono stati grandi cambiamenti nel tempo. Il primo organetto diatonico, ad esempio, fu introdotto in Valle d’Aosta da Cesare Marguerettaz, che contribuì alla diffusione della musica del ceppo alpino savoiardo. Successivamente, però, il ballo di paese ha progressivamente preso il sopravvento: polka, mazurka e valzer hanno soppiantato danze tipiche come la monferrina, segnando un cambio di direzione nella cultura musicale della regione. Oggi la nostra musica riflette una storia recente, frutto di incontri e contaminazioni, ma sempre rispettosa delle proprie origini.

Si può affermare che l’uso del patois abbia anche un significato simbolico?

Sì, la musica, per i valdostani, rappresenta un’affermazione di identità molto marcata e specifica. Indipendentemente dal genere, essa si basa sulla lingua, il patois o francoprovenzale, che rimane il punto di forza principale e l’aspetto di maggior autenticità e unicità rispetto alle differenze specifiche che caratterizzano le singole vallate. Un esempio significativo di musica profondamente legata all’agricoltura e al folclore è quella del gruppo musicale La Clicca de Saint-Martin-de-Corléans, che utilizza il Fleyé o Fléau, uno strumento a percussione in legno ispirato all’antica pratica di battere il grano.

Com’è nato il suo amore per la musica?

Ho sempre sentito un legame profondo con l’idioma e le melodie della mia terra, anche se, pur essendo nato in Valle d’Aosta, ho imparato il patois in età adulta. Tutto è iniziato grazie a mio padre, poeta e musicista, che è stato una fonte di ispirazione fondamentale per me: ho musicato molte delle sue poesie e mi ha trasmesso una passione autentica per la musica.

Come si è sviluppata la sua produzione?

Il mio percorso artistico è cominciato esplorando generi come il rock and roll, il blues, il reggae e il funky, ma sempre in patois. Ho fatto qualche breve incursione in italiano e francese, che però oggi ho abbandonato, pur consapevole che queste lingue potrebbero offrire maggiore visibilità. A giugno uscirà il mio sesto disco dal titolo Les Montagnards sont là, che rappresenta un’ulteriore evoluzione rispetto al passato. Mi piace spaziare tra generi diversi e sperimentare; per questo sono stato definito un artista “glocal”, in equilibrio tra il locale e il globale.

Quali temi affronta?

All’inizio i miei testi erano festosi e leggeri, con brani dedicati, ad esempio, al martedì – giorno di mercato e di festa – o alla Peugeot, la macchina che portava alle scorribande per molti valdostani. Con il tempo, però, le mie canzoni sono diventate più introspettive: ho scritto due brani d’amore dedicati a mia moglie e ho poi esplorato tematiche storiche e sociali, come la Resistenza partigiana e l’indipendenza del nostro popolo.

Com’è il suo processo creativo?

Scrivo di getto sia la musica che i testi (ho realizzato  circa 40 brani) e raramente rivedo ciò che compongo. Di solito parto da un’idea o da una frase che diventa il ritornello, e da lì sviluppo il resto della canzone, lasciando che sia lei stessa a guidarmi. Seguo l’ispirazione della melodia senza farmi condizionare da un’idea prestabilita.

Qual è l’impatto dei cambiamenti sociali sulla musica?

Quella tradizionale e popolare sta subendo pesantemente l’influsso dell’urbanizzazione, che sta cambiando l’identità di Aosta, indebolendo il collegamento con le radici musicali, ancora molto vivo invece nei piccoli comuni. Un esempio emblematico è la festa dei coscritti, che nei villaggi continua a essere celebrata, mentre ad Aosta è scomparsa. Nei paesini, le cantine restano luoghi di aggregazione, dove si canta, si suona e si ascolta musica tipica. Brani come Lo Campagnar, composti negli anni ’50 e ’60, sono tutt’oggi parte integrante dell’identità valdostana e vengono tramandati di generazione in generazione. Qui la musica non è solo un passatempo, ma un elemento essenziale della vita comunitaria, capace di unire i valdostani nei momenti di festa, ricordo e celebrazione della propria unicità.

Quali sono le sfide maggiori per salvaguardare la musica valdostana?

Il francese è praticamente scomparso, tutti lo conoscono ma nessuno lo parla nella vita quotidiana e il patois ha perso terreno, soprattutto a causa del calo demografico dei valdostani ed è quindi fondamentale agire per salvaguardare e difendere le nostre usanze e la nostra identità. Fortunatamente la musica tipica è molto viva e da più di dieci anni abbiamo fondato l’associazione Patoué eun Mezeucca, che si occupa di tradurre e valorizzare le opere degli autori locali. Siamo dodici membri e ciascuno di noi contribuisce in modo diverso: chi suona nei locali, chi organizza concerti, chi partecipa a eventi. Durante l’anno inoltre, in aggiunta alle tipiche sagre di paese, la Regione Autonoma Valle d’Aosta, con il suo Assessorato del turismo, organizza degli eventi sul territorio, che coinvolgono anche artisti di richiamo nazionale. È poi essenziale dare visibilità al patois, che non è un semplice dialetto legato al mondo rurale, ma una lingua vera e propria, con una sua dignità storica e intellettuale. Personalmente, infatti preferisco chiamarla francoprovenzale o Arpitano, poiché il termine “patois”, derivato da pattes (piedi), rischia di sminuirne il valore.

Come riesce a integrare l’aspetto popolare con la modernità?

Grazie alla versatilità del mio stile musicale. Oltre ad aver scritto numerosi brani, ho rivisitato molte canzoni tipiche in chiave moderna, utilizzando generi come reggae, blues e rock per renderle più accessibili a tutti. Tanti giovani, per esempio, pensano che alcune mie canzoni siano inedite, mentre in realtà ripropongo brani di 70 anni fa, aggiornando lo stile. Questo processo è fondamentale per traghettare il passato verso il futuro e garantire che la nostra musica continui a vivere. Un esempio di questo approccio è il mio progetto più recente, in uscita a giugno, che riguarda una rivisitazione del nostro inno regionale, Montagnes Valdôtaines. Questa canzone del 1830, composta da Alfred Roland, è stata adattata al contesto valdostano e ufficializzata come inno regionale nel 2006. Ho deciso di rinnovare la melodia e di accompagnarla con un videoclip che racconta la sua storia.

Coinvolgere i giovani credo sia una priorità per il futuro del patois.

Nel suo processo di valorizzazione il coinvolgimento dei giovani è fondamentale. Alcuni artisti stanno già utilizzando codici espressivi vicini alle nuove generazioni: tra questi, spicca Fabien Lucianaz, un rapper in patois che, grazie anche alla sua giovane età, riesce a entrare facilmente in sintonia con loro. Allo stesso modo,  i gruppi teatrali giovanili che recitano in francoprovenzale dimostrano che questa lingua ha ancora molto da offrire. Per trasmettere ai ragazzi questa preziosa eredità, è quindi essenziale innovare il linguaggio musicale e renderlo attuale.

La musica valdostana potrebbe mai diventare un fenomeno nazionale? 

Purtroppo è molto difficile, sebbene il successo di artisti come Davide Van De Sfroos, che canta in dialetto comasco, dimostri che anche le espressioni locali possono riuscire ad affermarsi. Il francoprovenzale, tuttavia, ha radici linguistiche francofone, il che lo rende ancora meno accessibile e comprensibile.

Essere ‘Chanteur des Alpes’: cosa rappresenta per lei?”

Mi definisco “Chanteur des Alpes” e non solo “Chanteur Valdôtain”, perché sento di rappresentare un’identità alpina più ampia. Questa comprende non solo i valdostani, ma anche i Vallesani e i Savoiardi. Un tempo eravamo un unico popolo e con la mia musica voglio celebrare e onorare questa identità condivisa.

La musica valdostana è più di una semplice espressione artistica: è l’anima di un popolo che, tra le montagne e le vallate, ha trovato nel canto e nei suoni un modo unico per raccontare la propria storia e mantenere viva la propria identità. Grazie all’impegno di artisti come Philippe Milleret e di associazioni che lavorano per preservare il patois e il patrimonio locale, questa tradizione non solo resiste allo scorrere del tempo, ma si evolve, intrecciando modernità e radici. È una musica che parla al cuore e che continua a risuonare come un inno all’autenticità, alla memoria e alla speranza per il futuro.