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La storia di Sharon Maccanico, la quindicenne irpina cresciuta tra Australia e Nuova Zelanda, che nella danza trova il proprio linguaggio e lascia nelle persone incontrate un segno capace di resistere all’assenza.

Quando entro nella casa della famiglia Maccanico, capisco che qualcosa non coincide con l’idea che avevo portato con me.

Il dolore c’è e si avverte nelle fotografie appoggiate sui mobili, nei video che scorrono sul telefono e nei ricordi che riaffiorano mentre la mamma e il papà iniziano a raccontare; eppure, a colpirmi più di ogni altra cosa, è il modo in cui l’assenza sembra non riuscire a imporsi, perché in quella casa Sharon non appare come qualcuno che sia davvero andato via.

Sharon è nel sorriso con cui sua madre pronuncia il suo nome, nell’orgoglio del papà quando ricorda le gare, nei racconti della cugina Martina, che emergono con una naturalezza capace quasi di annullare la distanza, e negli occhi di Vanilla, la cagnolina che ancora la cerca nei luoghi in cui era abituata a trovarla.

Mi accolgono con un affetto che non mi aspettavo e, aprendomi la porta di casa, mi affidano soprattutto la loro storia. Il registratore resta quasi dimenticato sul tavolo e, mentre le domande cedono il passo ai ricordi, mi accade qualcosa che nel lavoro di una giornalista è raro: smetto di inseguire una notizia e comincio a conoscere una persona.

Attraverso le loro parole Sharon prende forma con tale nitidezza che, dopo pochi minuti, mi sembra quasi di averla davanti, non per la suggestione del momento, ma perché ogni ricordo la riporta nella stanza con la forza concreta di una presenza.

All’inizio del nostro incontro, la mamma mi affida una sola richiesta:

«Parlane al presente. Perché Sharon vive

Prima della ballerina

Dopo la morte di Sharon, la sua famiglia comincia a conoscerla anche attraverso gli occhi degli altri, raccogliendo episodi, parole e gesti rimasti fino ad allora fuori dalla vita di casa.

«La sto scoprendo adesso», mi dice la mamma, mentre prende il telefono e mi mostra i messaggi degli amici, che ancora le scrivono per raccontarle un’interrogazione, una giornata difficile, una vittoria, una delusione o una serata trascorsa insieme, affidandole la propria quotidianità come se il dialogo non si fosse mai interrotto.

Attraverso quei messaggi la mamma viene a conoscenza di episodi che la figlia non aveva mai raccontato, di attenzioni riservate agli altri e di gesti compiuti senza sentire il bisogno di portarli a casa come una prova della propria generosità. Ciò che emerge non è una Sharon diversa da quella conosciuta dalla famiglia, ma una parte di lei rimasta fino ad allora affidata agli amici, ai compagni di scuola e alle persone incontrate lungo il cammino.

Ciò che colpisce è che nessuno, parlando di Sharon, comincia dalla danza, dalle competizioni o dalle coppe conquistate; prima del talento, tutti ricordano la ragazza e la sua capacità, rara anche negli adulti, di far sentire importante chi aveva davanti.

A raccontare meglio questa disposizione verso gli altri è un episodio avvenuto nei primi giorni nella nuova scuola, quando Sharon si avvicina alla preside e, anziché presentarsi parlando di sé, le domanda come sia andata la sua giornata. Poco dopo la dirigente scrive ai genitori, perché tra le centinaia di studenti incontrati negli anni nessuno le aveva mai rivolto una domanda tanto elementare e, proprio per questo, tanto inattesa.

In quella domanda, pronunciata senza attribuirle alcuna importanza, si riconosce il modo in cui Sharon entra nelle relazioni: osservando, ascoltando e spostando naturalmente l’attenzione da sé alla persona che ha davanti.

È attraverso gesti come questo che Sharon rimane nelle persone che l’hanno conosciuta e che oggi sentono il bisogno di restituirne un frammento alla famiglia; per comprendere da dove nascano quella curiosità per gli altri e quella naturale capacità di entrare in relazione, bisogna però tornare molto indietro, ad Avellino, e a una bambina di tre anni che davanti alla porta di casa stringe una piccola valigia.

Una bambina con la valigia e l’Italia nel cuore

Davanti alla porta di casa c’è una bambina di tre anni con una piccola valigia tra le mani. La trascina fino all’ingresso, aspetta come se qualcuno dovesse arrivare da un momento all’altro e ripete sempre la stessa frase: «Compratemi un biglietto. Voglio tornare a casa».

Per capire Sharon bisogna partire da qui.

La sua storia nasce ad Avellino e assomiglia a quella di tante famiglie italiane che, a un certo punto della propria vita, decidono di attraversare un oceano inseguendo un futuro diverso. Quando mamma e papà scelgono di trasferirsi in Australia lei è troppo piccola per comprendere il significato di quella partenza, ma abbastanza grande da sentire che qualcosa è cambiato per sempre.

Col tempo quella valigia diventa uno dei ricordi più cari della famiglia, perché racconta meglio di qualsiasi spiegazione il rapporto che Sharon conserverà sempre con l’Italia. Per lei casa non è soltanto il luogo in cui vive, ma quello in cui sente di appartenere, anche quando la vita la porta dall’altra parte del mondo.

L’Australia, poco alla volta, smette di essere il Paese in cui è arrivata e diventa il luogo in cui cresce. Arrivano una nuova lingua, una nuova scuola, nuovi amici e, quando tutto sembra finalmente aver trovato un equilibrio, la famiglia riparte ancora una volta, questa volta verso la Nuova Zelanda.

Anche questa volta Sharon ricomincia da capo. Cambiano la città, la scuola e gli amici, ma non il modo con cui affronta ogni nuovo inizio: entra nei luoghi con curiosità, costruisce relazioni con naturalezza e finisce sempre per sentirsi parte della comunità che la accoglie.

Eppure, mentre cresce tra due continenti, c’è qualcosa che non cambia mai. L’Italia ritorna nelle estati trascorse con i parenti, nei sapori che le ricordano l’infanzia, nelle conversazioni di famiglia e perfino nelle giornate dedicate alle diverse culture organizzate dalla scuola, quando sceglie di presentarsi con il tricolore e raccontare ai compagni il Paese in cui è nata con l’orgoglio di chi sa esattamente da dove viene.

Crescere tra culture diverse le insegna a guardare il mondo con curiosità, senza mai vivere le differenze come una distanza. Sharon impara presto che si può appartenere a più luoghi senza tradire le proprie radici, ed è forse proprio questo equilibrio, costruito tra partenze, ritorni e nuovi inizi, a renderla così attenta alle persone. Prima ancora che la danza entri nella sua vita, c’è già una ragazza che osserva, ascolta e si lascia trasformare da tutto ciò che incontra.

Quando la musica trova Sharon

Ci sono incontri che cambiano una vita senza fare rumore. Per Sharon accade davanti allo schermo di un cinema. Ha appena visto Ballerina, un film d’animazione che per molti bambini finisce con i titoli di coda; per lei, invece, è l’inizio di qualcosa destinato ad accompagnarla ogni giorno. Appena esce dalla sala guarda la mamma e dice, con la naturalezza di chi non sta esprimendo un desiderio ma prendendo una decisione:

«Mamma, voglio fare la ballerina.»

Quella frase non rimane un entusiasmo passeggero. La mamma comprende subito che quella non è una delle tante passioni che accompagnano l’infanzia. In quella frase riconosce una determinazione insolita, destinata a riaffiorare ogni volta che Sharon si mette davanti a qualcosa che ama.

Il primo incontro è con la danza classica. Sharon studia con impegno, si allena, ascolta gli insegnanti e cresce rapidamente, ma dentro di sé avverte che quel linguaggio, pur insegnandole disciplina e tecnica, non riesce ancora a raccontarla fino in fondo.

Una sera è in casa con la mamma. Come capita spesso, iniziano a guardare video di danza su YouTube. Sullo schermo scorrono coreografie provenienti da ogni parte del mondo finché compare un gruppo hip hop. Sharon smette di parlare. Guarda lo schermo senza distogliere gli occhi e, dopo qualche secondo, rompe il silenzio con due sole parole. «È questo.»

Alla Notorious Dance School Sharon ha la sensazione di essere finalmente nel posto giusto. Ogni movimento sembra appartenere naturalmente al suo corpo e ogni coreografia le offre un modo diverso di raccontare ciò che spesso le parole non riescono a esprimere. La mamma ricorda ancora l’entusiasmo con cui esce dalla prima lezione e la telefonata immediata al papà.

Da quel momento la danza diventa il ritmo attorno al quale si organizzano le giornate della famiglia. La scuola, il traffico di Auckland, i compiti finiti in macchina, le cene consumate in fretta prima di tornare in sala prove: tutto trova posto intorno a quell’appuntamento che Sharon non vive mai come un sacrificio, ma come il momento più atteso della giornata.

Eppure nessuno, ascoltando questi racconti, ha l’impressione che viva tutto questo come un sacrificio. Al contrario, la danza sembra essere il luogo in cui ogni fatica acquista un significato.

L’hip hop resta il suo linguaggio più naturale, ma la curiosità la spinge a sperimentare continuamente: jazz, contemporaneo, lyrical, robot, heels, tip tap e perfino il latino-americano, iniziato poco prima del ritorno in Italia.

Le vittorie arrivano, le coppe aumentano e il talento viene riconosciuto da insegnanti e giudici, ma è la mamma a raccontare il dettaglio che cambia il modo di guardare tutto il percorso di Sharon.

«A un certo punto le gare quasi la annoiavano. Non perché si sentisse più brava degli altri, ma perché lei non ballava per vincere.»

Le sue parole spiegano molto meglio di qualsiasi medaglia chi fosse Sharon. Per lei il palco non è mai un luogo in cui dimostrare qualcosa agli altri, ma lo spazio in cui esprimere sé stessa con una sincerità che chi la osserva continua ancora oggi a ricordare.

Prima ancora di diventare il sogno di una ragazza, la danza è già diventata la sua lingua.

La sua prima insegnante non insegna danza

La danza cambia la vita di Sharon e, quasi senza che nessuna delle due se ne accorga, finisce per cambiare anche quella della mamma. All’inizio il suo ruolo è quello di tanti genitori: accompagna la figlia alle lezioni e aspetta che gli allenamenti finiscano osservando quel mondo da una sedia ai margini della sala.

Con il passare degli anni quello sguardo cambia. La mamma impara a distinguere un movimento preciso da uno ancora incerto, un’espressione autentica da una costruita, un dettaglio capace di trasformare un’intera coreografia. Sharon se ne accorge presto e comincia a cercare quel giudizio con una fiducia sempre maggiore.

Comincia così a riconoscere un movimento eseguito bene, un’espressione capace di sostenere la musica, un dettaglio che potrebbe essere migliorato. Sharon si accorge presto che quello della mamma non è soltanto lo sguardo affettuoso di chi sarebbe pronto ad applaudirla comunque, ma un giudizio sincero, attento, dal quale sa di poter ricevere qualcosa. Per questo ogni nuova coreografia passa prima da lei e ogni video registrato al termine di un allenamento finisce sul suo telefono, accompagnato quasi sempre dalla stessa domanda: «Mamma, dimmi la verità, cosa ne pensi?». È una domanda che si ripete per anni, fino a diventare parte del loro modo di parlarsi.

Sharon non cerca un complimento. Cerca un parere sincero. Sa che la mamma la guarda con amore, ma sa anche che non le nasconderà un errore soltanto per proteggerla. È così che, nel tempo, i video dopo ogni allenamento diventano quasi un piccolo rito tra loro.

«Alla fine sono diventata il suo giudice», racconta la mamma con un sorriso che restituisce tutta la complicità di quel rapporto. Sharon si fida di quel giudizio proprio perché sa che nasce dall’amore, non dall’indulgenza.

Quel confronto costante le insegna che il talento non è mai un punto d’arrivo. Dopo ogni gara Sharon riguarda i video, cerca ciò che può migliorare e ricomincia ad allenarsi con la stessa curiosità del giorno prima. La disciplina con cui affronta la danza, però, non cancella la leggerezza dei suoi quindici anni: fuori dalla sala prove resta una ragazza che ride con gli amici, riempie il telefono di fotografie e sogna il futuro con l’entusiasmo della sua età.

Forse è proprio in questo equilibrio tra rigore e spontaneità che si costruisce la Sharon che tutti ricordano: una ragazza capace di pretendere molto da sé stessa senza smettere di trovare gioia in ciò che ama.

Tra due mondi, un solo futuro

Sul telefono di Sharon c’è un piccolo montaggio video in cui alza la coppa di Amici di Maria De Filippi. Non è una previsione né un gioco di vanità. È il modo in cui una ragazza di quindici anni prova a dare un’immagine concreta al futuro che sogna.

«Mamma, tra due anni posso fare il provino», ripete.

Sul telefono conserva perfino un montaggio in cui immagina di sollevare la coppa del programma. Sorride mentre lo guarda, ma quel piccolo video racconta bene il suo modo di affrontare i sogni: prima li immagina, poi prova a costruire il percorso per raggiungerli.

Per Sharon tornare in Italia non significa soltanto riabbracciare la famiglia o ritrovare i luoghi dell’infanzia. Significa riportare a casa tutto ciò che ha imparato vivendo tra Australia e Nuova Zelanda. Dentro quel progetto convivono la bambina che, a tre anni, chiedeva un biglietto per tornare ad Avellino e la giovane ballerina che sogna di salire su un palco italiano senza rinunciare a nulla della strada percorsa fino a quel momento.

Quel futuro è già nitido nei suoi pensieri. Sharon lo racconta, lo immagina, lo prepara con la determinazione di chi è convinto che il tempo davanti a sé sia ancora tutto da vivere.

L’amore arriva in punta di piedi

A quindici anni ci si innamora con la naturalezza con cui si vivono tutte le cose importanti della vita: senza immaginare che un giorno qualcuno le racconterà.

Anche per Sharon è così. A scuola conosce Max Fursekee, un ragazzo che condivide con lei la stessa età, la stessa leggerezza e quella capacità di guardare al futuro come se avesse davanti tutto il tempo del mondo. Lui gioca a basket, lei divide le sue giornate tra la scuola e la danza. Le loro vite si incontrano senza bisogno di grandi gesti, tra messaggi, uscite e pomeriggi trascorsi insieme, fino a diventare parte l’una dell’altra con la spontaneità che appartiene solo alle prime storie d’amore.

Anche le famiglie finiscono per conoscersi. Sharon parla spesso di Max, lo porta dentro i racconti delle sue giornate come fanno tutti gli adolescenti quando una persona comincia a occupare un posto speciale nella loro vita. È un amore semplice, fatto di quotidianità, di progetti ancora acerbi e di quella felicità discreta che non sente il bisogno di essere continuamente raccontata.

Poi arriva un giorno che nessuno avrebbe mai immaginato di dover ricordare.

Durante una vacanza sul Monte Maunganui, in Nuova Zelanda, una frana travolge Sharon e Max. I soccorritori riescono a raggiungere per primo il ragazzo. Sharon viene ritrovata giorni dopo. Ha quindici anni.

Sarebbe facile lasciare che questa storia finisca qui. Sarebbe anche il modo più semplice di raccontarla. Ma significherebbe ridurre Sharon al giorno in cui la sua vita si interrompe, mentre tutto ciò che la sua famiglia continua a mostrarmi racconta esattamente il contrario.

Nei mesi successivi, mamma e papà prendono una decisione che racconta meglio di qualsiasi parola il modo in cui scelgono di attraversare il dolore. Non costruire un luogo in cui fermarsi a ricordare Sharon, ma creare occasioni perché altri ragazzi possano continuare a coltivare gli stessi sogni che hanno riempito la sua vita. Nasce così l’Associazione Sharon Maccanico, fondata insieme a familiari e amici con l’obiettivo di promuovere la danza, lo sport, l’inclusione e la crescita dei giovani, trasformando ogni iniziativa in un’opportunità concreta per chi verrà dopo. È una realtà costruita interamente sul volontariato, dove il ricordo non diventa mai nostalgia, ma si traduce in progetti, incontri, sostegno e futuro.

È la stessa scelta che ritrovo in ogni angolo della loro casa.

C’è Vanilla, la cagnolina arrivata quando la famiglia si trasferisce in Nuova Zelanda. All’inizio la mamma pensa di non poterla tenere e cerca qualcuno disposto ad adottarla. Poi scopre un video registrato da Sharon, nel quale la figlia parla degli animali abbandonati e di quanto desideri che ogni cane possa trovare una famiglia. Quel video basta a cambiare ogni decisione. Vanilla resta.

Ancora oggi continua a cercare Sharon nelle stanze della casa, come se aspettasse il rumore dei suoi passi. La famiglia la osserva e sorride, perché in quel gesto riconosce qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato.

Prima di salutarmi, la mamma torna sulla richiesta con cui aveva aperto il nostro incontro.

«Parlane al presente. Perché Sharon vive.»

A questo punto del racconto ho capito che non è una richiesta. È l’unico modo possibile per raccontarla.

Sharon continua a vivere in ogni ragazzo che avrà il coraggio di inseguire un sogno, in ogni ballerino che salirà su un palco senza pensare alla coppa ma alla libertà che prova quando la musica comincia, in ogni persona che sceglierà la gentilezza invece dell’indifferenza, in ogni bambino che riceverà un’opportunità grazie all’associazione che porta il suo nome.

Continua a vivere nell’Italia che non ha mai smesso di amare. Continua a vivere negli occhi di chi le ha voluto bene e continua, ogni giorno, a raccontarla al presente.

È questo il segno più autentico che una persona possa lasciare: continuare a cambiare la vita degli altri anche quando non è più possibile incontrarla. E allora sì. Sharon vive.

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