Dalla comunicazione alla letteratura, passando per un percorso personale fatto di coraggio, consapevolezza e rinascita. Con Nuda con i vestiti (Graus Edizioni), la scrittrice italo-brasiliana Aline Improta propone un’opera che intreccia autobiografia, riflessione e crescita personale, offrendo ai lettori strumenti concreti per guardarsi dentro e riscoprire la propria autenticità.
Premiata con numerosi riconoscimenti culturali e letterari, Aline continua a promuovere una cultura fondata sull’ascolto, sull’educazione e sull’emancipazione. In questa intervista racconta il suo percorso, il significato del suo libro e la convinzione che ogni persona possa trovare la forza di scrivere un nuovo capitolo della propria vita.
Hai trascorso molti anni raccontando le storie degli altri come giornalista e ghostwriter.Qual è stata la difficoltà più grande nel passare dall’essere la voce dietro le quinte al diventare protagonista del tuo stesso racconto?
Per tanti anni ho raccontato la vita degli altri. Come giornalista e ghostwriter il mio lavoro era entrare nel mondo delle persone, comprenderle profondamente e trovare le parole giuste per dare voce alla loro storia. Mi sentivo a mio agio dietro le quinte, perché lì il protagonista era sempre qualcun altro.
La difficoltà più grande è stata accettare di non potermi più nascondere dietro le parole degli altri. Raccontare sé stessi è molto più complesso che raccontare chiunque altro. Quando scrivi la tua storia non puoi proteggerti con la tecnica o con la professionalità: devi avere il coraggio di essere autentica.
Per molto tempo ho avuto paura del giudizio. Mi chiedevo se fosse giusto espormi così tanto, poi ho ripensato a tutto quello che avevo fatto fino a poco prima per altre persone.
Paradossalmente, sono stati proprio gli anni trascorsi ad ascoltare le storie degli altri a prepararmi a raccontare la mia. Ho capito che ogni persona custodisce una battaglia invisibile e che sono proprio le ferite, quando vengono attraversate con consapevolezza, a trasformarsi nei ponti più potenti verso gli altri.

Scrivere Nuda con i vestiti ha significato uscire finalmente dall’ombra e assumermi la responsabilità della mia voce. Non è stato un cambio di professione, ma un cambio di prospettiva. Ho smesso di essere soltanto la narratrice delle vite altrui per diventare testimone della mia, con la speranza che, attraverso la mia storia, altre persone trovassero il coraggio di riconoscersi nella propria.
Oggi credo che raccontarsi non sia un atto di esposizione, ma un atto di servizio. Perché quando qualcuno ha il coraggio di dire “questa è la mia verità”, offre anche agli altri il permesso di fare lo stesso.
Sei nata in Brasile e vivi in Italia, quanto questa doppia appartenenza culturale ha influenzato il tuo modo di vedere il mondo, di scrivere e di raccontare le persone? E cosa senti di aver ricevuto da ciascuno di questi due Paesi?
La mia storia ha influenzato molto l’apertura mentale e l’empatia con cui mi sono approcciata al mondo e alle persone. Essere nata in un paese, il Brasile, come nel mio caso e crescere in un altro, l’Italia, significava portare dentro di me due mondi, due culture, due modi di vivere.
Negli anni lavorando in giro per l’italia e in contesti multiculturali ho iniziato a comprendere che noi esseri umani funzioniamo nello stesso modo: siamo un mosaico dell’epoca storica, del nostro DNA, della cultura, della religione, della famiglia. Quella che noi chiamiamo identità non è altro che il risultato di questi fattori. Ciò ti aiuta a vedere la diversità con occhi diversi: quelli della comprensione.
Questa consapevolezza mi ha reso una persona profondamente curiosa, empatica e aperta. Mi ha insegnato a non fermarmi mai al comportamento di qualcuno, ma a chiedermi sempre quale storia ci sia dietro. È proprio questo lo sguardo con cui oggi scrivo e racconto le persone. Per molto tempo mi sono anche chiesta come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasta in Brasile. Sarei la stessa donna? Avrei gli stessi valori, gli stessi sogni, la stessa sensibilità? Probabilmente no.
Quando, dopo tanti anni, sono tornata in Brasile, ho avuto una sensazione sorprendente: mi sono accorta che Napoli, la città in cui sono cresciuta, è per molti aspetti il “Sud America d’Italia”.
Sembrerà un’affermazione insolita, ma vivendo entrambe le realtà ho riconosciuto la stessa umanità, lo stesso modo intenso di vivere gli affetti, la centralità della famiglia, l’accoglienza, la spontaneità, la creatività, la resilienza e quella straordinaria capacità di trasformare anche le difficoltà in energia vitale. Sono popoli che, pur separati da un oceano, parlano un linguaggio emotivo incredibilmente simile.
Da quel momento ho iniziato ad approfondire lo studio delle culture e delle identità collettive. Ancora oggi mi diverte osservare come, anche semplicemente seguendo sui social creator brasiliani e napoletani, emergano continuamente analogie nei gesti, nell’umorismo, nel modo di comunicare e di vivere le relazioni. È come se esistesse un filo invisibile che unisse queste due terre.
Questa riflessione è diventata così importante per me che lo scorso aprile ho deciso di dedicarle un evento dal titolo Radici e Identità, un’occasione per raccontare quanto le nostre origini influenzino il nostro modo di essere e, allo stesso tempo, quanto sia possibile costruire un’identità che vada oltre i confini geografici.

Come scrivo anche in Nuda con i vestiti, oggi mi sento profondamente fortunata che tra tutti i luoghi del mondo in cui la vita avrebbe potuto portarmi, sono cresciuta a Napoli. Una città complessa, piena di contrasti, ma capace di insegnarmi il valore dell’umanità, dell’empatia e della capacità di rinascere, esattamente come il Brasile. Forse è proprio grazie all’incontro tra il Brasile delle mie origini e la Napoli della mia crescita che oggi guardo il mondo con occhi curiosi, senza pregiudizi e con il desiderio di comprendere prima di giudicare.
Raccontare una parte così delicata della propria storia richiede coraggio. Come hai vissuto il momento in cui hai deciso di condividere con il pubblico la tua esperienza legata alle adozioni internazionali dal Brasile?
Più che coraggio, all’inizio ho provato una grande paura. Per anni avevo raccontato le storie degli altri, mentre la mia era rimasta in silenzio. Parlare della mia adozione significava espormi completamente, togliere ogni protezione e accettare che quella parte così intima della mia vita diventasse anche patrimonio di chi avrebbe letto il libro.
La domanda che mi sono posta più volte è stata: “Sono pronta?”. Poi ho capito che la domanda giusta era un’altra: “La mia storia può essere utile a qualcuno?”. Da quel momento la paura ha smesso di essere il centro della scelta.
Condividere questa parte della mia storia è stato anche un modo per dare voce a tante persone che vivono domande simili alle mie.
Ho voluto che questo racconto fosse anche una testimonianza e, in parte, una denuncia storica. Ancora oggi si parla troppo poco di ciò che è accaduto negli anni delle adozioni internazionali e di quanto, dietro molte di queste storie, esistano scenari complessi, fatti di povertà, disuguaglianze, interessi economici e vicende che meritano di essere conosciute e approfondite. Molti ragazzi adottati non sanno nemmeno da dove provengano realmente o quali siano state le circostanze che hanno portato alla loro adozione.
Credo che ognuno di noi abbia il diritto di conoscere la propria storia. Non per vivere ancorato al passato, ma perché solo ricostruendo il puzzle delle nostre origini possiamo comprendere davvero chi siamo.\
La consapevolezza non cambia ciò che è accaduto, ma cambia profondamente il modo in cui scegliamo di guardarlo e di vivere il nostro presente. Se oggi riguardo a quella decisione, non penso più al coraggio che ci è voluto per raccontarmi. Penso alla libertà che ho trovato nel farlo. Perché quando smettiamo di nascondere le parti più autentiche della nostra storia, smettiamo anche di lasciare che siano loro a definire noi. È in quel momento che il passato smette di essere un peso e diventa una risorsa, capace di dare significato non solo alla nostra vita, ma anche a quella degli altri.
In Nuda con i vestiti il lettore non si limita a conoscere la tua storia, viene invitato, attraverso riflessioni ed esercizi pratici, a guardarsi dentro a riscrivere la propria. Perché era importante che questo libro diventasse non solo una testimonianza, ma anche uno strumento concreto di trasformazione personale?
Ho scritto Nuda con i vestiti con un desiderio molto preciso: non volevo che il lettore si limitasse a conoscere la mia storia, ma che, attraverso la mia, trovasse il coraggio di incontrare la propria.
Oggi più che mai credo che le persone abbiano bisogno di ritornare a sé stesse. Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente connessi con il mondo esterno, ma sempre più disconnessi dal nostro mondo interiore. Corriamo, produciamo, consumiamo contenuti, inseguiamo obiettivi e aspettative, ma raramente ci fermiamo ad ascoltare ciò che sentiamo davvero.
La mia storia è solo il punto di partenza. Il vero protagonista del libro è il lettore e il viaggio che decide di intraprendere dentro di sé. Se, arrivato all’ultima pagina, avrà scoperto qualcosa di nuovo sulla propria vita, sulle proprie ferite o sul proprio valore, allora il libro avrà raggiunto il suo scopo.
La trasformazione personale non inizia quando cambiamo lavoro, città o relazioni. Inizia quando cambiamo lo sguardo con cui osserviamo noi stessi. Ed è proprio questo il viaggio che ho voluto offrire: un invito a togliere, uno alla volta, tutti quei “vestiti” fatti di paure, condizionamenti e aspettative che spesso ci impediscono di esprimere chi siamo davvero.
Negli ultimi mesi hai ricevuto numerosi premi e riconoscimenti letterari. Al di là della soddisfazione personale, quale significato attribuisci a questi traguardi e quale responsabilità senti nei confronti del tuoi lettori?
Naturalmente ogni autore desidera che il proprio libro raggiunga il maggior numero possibile di persone. Le copie vendute sono importanti, perché permettono a un messaggio di diffondersi e a una missione di arrivare sempre più lontano. Ma, se devo essere sincera, il successo che mi emoziona di più è un altro: vedere riconosciuto il valore umano di ciò che ho scritto.
I primi riconoscimenti, Storie di Donne – Eccellenze Femminili e Comunicare l’Europa, arrivati a pochi mesi dall’uscita di Nuda con i vestiti, sono stati una sorpresa bellissima. Non li ho vissuti come un punto di arrivo, ma come un invito a fare ancora meglio, a continuare a scrivere con autenticità e con un profondo senso di responsabilità.
La conferenza stampa alla Camera dei Deputati ha rafforzato ancora di più questa convinzione. In quel momento ho percepito con chiarezza che chi scrive non ha soltanto il privilegio di raccontare delle storie, ma anche la responsabilità di contribuire, nel proprio piccolo, alla crescita culturale e umana della società.
Credo che noi scrittori e divulgatori abbiamo un compito che va oltre le pagine di un libro: mettere i nostri talenti al servizio delle persone. Le parole possono lasciare un segno, cambiare una prospettiva, accendere una domanda, offrire conforto o ispirare un nuovo inizio. È questa, per me, la forma di successo più grande.
Nei confronti dei miei lettori sento soprattutto una responsabilità: essere sempre autentica. Non scrivere mai per seguire una moda o per ottenere consenso, ma per offrire contenuti che abbiano un valore reale e che possano accompagnare le persone nel loro percorso di crescita. Se anche una sola persona, dopo aver letto il mio libro, riesce a guardarsi con maggiore consapevolezza o a fare un passo verso la propria evoluzione, allora sento di aver onorato il motivo per cui ho iniziato a scrivere.
Sostieni che “la crescita non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel trovare il coraggio di tornare a essere se stessi”. Se dovessi lasciare un messaggio alle donne italiane che vivono negli Stati Uniti, e che ogni giorno cercano di conciliare identità, famiglia, lavoro e radici culturali, quale sarebbe?
Quando dico che la crescita non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel trovare il coraggio di tornare a essere sé stessi, intendo liberarsi, poco alla volta, delle aspettative degli altri, dei ruoli imposti, dei pregiudizi e perfino delle etichette culturali che ci definiscono prima ancora che possiamo raccontarci.
Non è facile essere una donna, e ancor più non è stato facile vivere con un aspetto da straniera, lo so bene, ho vissuto in un Paese in cui essere una donna brasiliana è ancora avvolto da etichette e pregiudizi. Mi sono aggrappata per tanto tempo al ruolo della persona ferita, convinta che oramai fosse la mia unica identità. Finché non ho capito che nulla intorno a me sarebbe cambiato se non fossi cambiata io. Ho superato questo conflitto quando ho iniziato a vedere la ricchezza di essere più cose insieme nella stessa persona.
A tutte le donne italiane che vivono negli Stati Uniti vorrei ricordare che le loro radici non sono un peso da portare, ma una forza da cui attingere. Spesso pensiamo che per integrarci dobbiamo lasciare indietro una parte di noi, ma credo che la vera forza stia proprio nel fare il contrario: portare con noi le nostre radici e, allo stesso tempo, avere il coraggio di far nascere nuovi rami.
Il nostro compito non è scegliere quale versione di noi stesse mostrare. Il nostro compito è imparare ad abbracciarle tutte. E quando si vive in una società diversa da quella delle proprie origini, questa capacità diventa un valore ancora più grande.
Dopo il successo di Nuda con i vestiti, quali sono i tuoi prossimi progetti? Stai già lavorando a un nuovo libro o ci sono altre iniziative che desideri realizzare?
Nuda con i vestiti ha rappresentato l’inizio di un viaggio. Mi ha confermato che oggi le persone hanno un bisogno profondo di ritornare a sé stesse e di ritrovare il senso della propria storia. Per questo sto già lavorando al mio secondo libro, Una come me, unica come te.
Se il primo libro nasceva dal desiderio di raccontare il viaggio dentro la propria identità, il secondo nasce da una domanda ancora più grande: cosa significa essere donna oggi?
In un’epoca in cui siamo continuamente spinte a rincorrere modelli di perfezione, performance e approvazione, sento il bisogno di riportare l’attenzione su ciò che conta davvero: la nostra essenza.
Una come me, unica come te è un invito a riscoprire il valore dell’unicità, della sorellanza, della gentilezza, della vulnerabilità e dell’amore per sé.
In questi mesi mi sto dedicando all’ultimo capitolo, quello a cui sono più legata emotivamente. Sarà una raccolta di storie vere di donne. Donne diverse per età, professione, provenienza e percorso di vita, ma unite dalla capacità di trasformare le proprie ferite in consapevolezza. Credo profondamente che ogni volta che una donna trova il coraggio di raccontarsi, tende la mano a un’altra che, magari, fino a quel momento si era sentita sola.
Per questo vorrei cogliere questa intervista per lanciare un invito. Se c’è una donna che desidera condividere con me la propria storia, sarò felice di ascoltarla. Valuterò con grande attenzione la possibilità di pubblicare alcune di queste testimonianze all’interno del libro. Sarebbe un onore trasformare questo progetto in un racconto corale, perché sono convinta che le storie abbiano un potere straordinario: non solo quello di essere lette, ma quello di cambiare la vita di chi le incontra.




