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Gli anni ’80 furono un’esplosione di luci al neon, sintetizzatori e immagini patinate: un’epoca che trasformò la musica in spettacolo e gli idoli in icone senza tempo. In quel decennio, tra poster appesi nelle camerette e piazze gremite per il Festivalbar, nacque il mito di Den Harrow. Un nome pensato per conquistare l’estero, un volto scolpito per sedurre le folle, un corpo che sembrava uscito da una rivista di moda.

Dietro quel personaggio scintillante c’era però un ragazzo di Nova Milanese, Stefano Zandri, figlio di un architetto e di una sarta, che da bambino aveva conosciuto il peso del bullismo e della dislessia, e che aveva trovato rifugio nella musica, nelle arti marziali, nella disciplina del corpo. Il suo destino lo condusse al cuore della disco internazionale, tra trionfi in classifica e copertine, ma anche in un labirinto di segreti e contraddizioni: successi mondiali, fortune accumulate e poi perdute, momenti di vertigine seguiti da crolli fragorosi.

Eppure, la storia di Den Harrow non si esaurisce nella stagione dorata degli anni ’80. Oggi, tra concerti revival, nuove canzoni e una vita ritrovata in Spagna, Stefano Zandri continua a interpretare il proprio personaggio, ma con uno sguardo più autentico, libero e consapevole. Intervistarlo significa non soltanto rivivere il mito di un’epoca, ma anche entrare nelle pieghe di una vita che porta in sé le luci e le ombre della fama, il prezzo della bellezza e il senso più profondo della resilienza.

Vorrei partire dagli anni ’80, che per molti restano irripetibili. Come li ricorda? Avevo sedici anni e il mondo sembrava esplodere di luce e di suoni: la “Febbre del sabato sera”, lo “Studio 54” di New York, i colori sgargianti e la musica che incendiava le notti. Tutto era travolgente, carico di vita, e io ne rimasi rapito. Un amico più grande mi introdusse nelle discoteche e da lì fui completamente catturato. Amavo ogni cosa di quel tempo: la leggerezza, l’entusiasmo contagioso, la voglia di vivere il presente senza pensieri. Ma non era solo divertimento: c’era un’anima autentica, pulita. La notte era un luogo d’incontro e di condivisione, non di scontro, si voleva semplicemente stare insieme. C’era apertura, c’era cuore.

Per lei cos’ha rappresentato quel periodo? Per me fu una rivincita. Da bambino in sovrappeso ero stato bersaglio di un bullismo che mi segnò profondamente. A quattordici anni, di nascosto dai miei genitori, iniziai una dieta quasi esclusivamente a base di mele e, in pochi mesi, persi decine di chili. Poi arrivarono le arti marziali e la palestra…e la mia vita si capovolse: da vittima diventai protagonista. Così cominciai a lavorare come ragazzo immagine nelle discoteche e a posare per i fotoromanzi, allora molto popolari. Fu la mia prima vera conquista, un momento di rivalsa che mi restituì fiducia e identità.

E la musica? La ascoltavo con passione, ma cantare non era nei miei sogni, anche perché la dislessia rendeva imparare un testo in inglese un’impresa quasi impossibile. Poi il destino mi mise davanti a Roberto Turatti – batterista, fondatore dei Decibel e produttore di molti brani della Italo Disco – che sarebbe diventato come un fratello per me. Mi notò all’“American Disaster”, una famosa discoteca di Milano, mentre ballavo, e mi presentò a Miky Chieregato – compositore e produttore. Da quell’incontro nacque la proposta di incidere un disco. Risposi che non sapevo cantare, e loro: “Non importa, tu ci metti la faccia. Al resto pensiamo noi”. Rimasi spiazzato, ma quando suggerirono il nome d’arte Den Harrow, lo sentii subito mio, come una seconda pelle. Sembrava attendermi da sempre. Fu così che nacque il progetto Den Harrow.

Questo nome è evocativo: richiama il denaro, il desiderio. Ci si è identificato? All’inizio sì, lo sentivo quasi naturale. Col tempo infatti il confine tra Stefano Zandri e Den Harrow si è fatto labile: mi sono identificato nella maschera e ho perso me stesso.

Quanto ha influito la dislessia nella sua vita? È stata una ferita che mi ha accompagnato a lungo, ma non mi sono mai arreso: l’ho trasformata in forza, in una sfida costante. Diventare Den Harrow è stato, in fondo, un atto di rivincita. Ogni volta che salivo sul palco, era come sussurrare ai miei fantasmi d’infanzia e a chi mi aveva deriso: “Guardate dove sono arrivato”.

Come ha vissuto il periodo del successo? Sono stati anni intensi e contraddittori, un vortice che mi trascinava senza tregua. Correvo senza sosta tra aerei, trasferimenti e impegni, con la disciplina quasi militare di chi non si concede pause: davo tutto me stesso, senza mai lamentarmi, mentre dentro cresceva una stanchezza silenziosa. “Den Harrow” era una prigione dorata: un ruolo creato da altri, che mi consumava come una dipendenza dalla quale non riuscivo a svincolarmi. Eppure, accanto al peso, c’erano gratificazioni immense: incontri straordinari, riconoscimenti importanti e, soprattutto, l’amore del pubblico, la mia forza segreta, che non volevo tradire.

La dualità tra immagine sul palco e voce dietro le quinte, è stata frustrante? All’inizio sì. Il primo disco uscì senza neppure la mia foto, dato che nemmeno i produttori erano certi che funzionasse. In copertina c’era solo il verde dei dollari, a richiamare l’idea di “Denaro”. Nel secondo comparve finalmente il mio volto, ma schiacciato, quasi nascosto, come se ci fosse ancora timore. Poi arrivò il primo video, girato con pochi mezzi: quello fu il vero punto di svolta. La canzone era forte e l’immagine iniziò a camminare insieme alla musica. Tuttavia per anni ho sofferto in silenzio, perché mi sembrava di mentire a me stesso e al mio pubblico. Oggi invece sono consapevole che, senza la mia immagine e la mia interpretazione, molti di quei brani non avrebbero avuto il successo che ottennero. Io sono stato un attore, un performer che ha dato vita a un personaggio internazionale.

C’era qualcosa di Stefano Zandri in Den Harrow? Sì, molto. Avevo posto una sola condizione: lasciatemi libero di decidere come vestirmi, come muovermi, come interpretare il ruolo. Coreografie, abiti, immagine: tutto nasceva da me. Questa passione mi veniva da lontano. Mia madre era sarta di alta moda, e da bambino la osservavo lavorare. Stoffe, cartamodelli e disegni rappresentavano la mia quotidianità e io stesso riempivo i diari di bozzetti, sognando un giorno di diventare stilista. Così, quando arrivò Den Harrow, per me fu naturale vestire quel personaggio con le mie mani. C’era chi mi criticava e mi diceva che ero “esagerato”, ma proprio quell’eccesso, quella teatralità, divennero il mio tratto distintivo.

Poi come emerse la verità? Per parecchi anni tutto è filato liscio. Il successo era enorme: all’Arena di Verona, al Festivalbar, all’estero… un susseguirsi di trionfi. All’inizio la mia voce era di Chuck Rolando, poi subentrò Silvio Pozzoli e infine arrivò Tom Hooker. Con lui vennero prodotti successi come Future Brain e Bad Boy, che vendette oltre tre milioni di 45 giri, arrivando ai distributori di tutta Europa. La sua voce diede continuità al progetto, ma col tempo emersero tensioni perché Hooker non accettava di restare nell’ombra. Così iniziarono i primi contrasti tra lui e la casa discografica, che sfociarono poi nel suo abbandono e nella rivelazione da parte sua alla stampa che non avevo cantato molti dei miei brani. A quel punto, nonostante il progetto fosse stato creato e voluto dai produttori e dalla discografia, tutte le critiche si abbatterono solo su di me: diventai il capro espiatorio, e nessuno mosse un dito per difendermi. Così, dopo essere stato per anni il “re d’Europa” delle classifiche, mi ritrovai bollato come un truffatore. Una macchia pesante, che mi ha accompagnato per trent’anni. Molti, al mio posto, si sarebbero persi, rifugiandosi nelle dipendenze o scegliendo l’ombra dell’oblio.

Fu allora che cominciò a cantare in prima persona? Sì nel 1988 uscì Born to Love, finalmente inciso da me, che esplose in tutta Europa. Era chiaro che il pubblico voleva il ragazzo copertina, il volto, l’energia, la presenza di Den Harrow. Questa è la prova che il progetto funzionava grazie al mix di musica, immagine e interpretazione. Non bastava la voce: serviva un volto in cui il pubblico potesse identificarsi.

Come se non bastasse, dovette affrontare anche un tracollo finanziario. Fu un intreccio di scelte avventate, interessi contrastanti e persone che approfittarono della mia inesperienza: contratti vincolanti, investimenti colossali, patti di riservatezza che mi legavano mani e piedi. Uscire da quella rete era quasi impossibile. A peggiorare le cose ci fu la cattiva gestione e, in alcuni casi, vere e proprie sottrazioni di denaro da parte di manager e consulenti di cui mi fidavo. Così, a trent’anni, mi ritrovai con poche lire in tasca, mentre tutto il resto era svanito tra società mal gestite e fiducia tradita.

Nello stesso periodo ha perso sua madre. Quanto ha influito tutto questo sulla sua vita? Tantissimo. Quel dolore coincise con il tracollo finanziario: una doppia perdita, economica e umana. Così decisi di lasciare l’Italia e di partire per gli Stati Uniti: un modo per cercare aria nuova e rimettere insieme i pezzi della mia vita in frantumi. Mi ritrovai improvvisamente senza soldi, famoso ma disperato, completamente solo, tradito e abbandonato dalle persone a cui avevo affidato la mia vita e il mio successo Ero distrutto. Passai periodi davvero bui e dovetti ricorrere agli antidepressivi. Ma da quell’esperienza nacque una determinazione che avrebbe segnato ogni passo successivo, trasformando il dolore in forza.

Com’è riuscito a risalire da quella voragine? Vendetti tutto e con i pochi soldi rimasti volai a San Diego, dove presi in affitto una stanza modesta e vissi alla giornata, senza una direzione chiara. Pensai di dedicarmi al personal training, ma l’ambiente che trovai non mi convinse. Un giorno lessi un annuncio: a Las Vegas cercavano stripper. Mi dissi: “Ho il fisico, l’esperienza dello spettacolo, so muovermi sul palco… perché no?”. Mi allenai con un coach, preparai un numero e venni preso subito al Mandalay Bay Resort and Casino e in altri locali importanti. Fu lì che iniziai davvero la mia rinascita, ricostruendo passo dopo passo la mia vita.

Poi, però, è tornato in Italia. Come mai? Dopo alcuni anni negli U.S.A., un vecchio agente mi contattò dicendo: “In Italia ti cercano ancora per spettacoli, la gente ti vuole”. All’inizio non ci credevo: dopo le polemiche pensavo che mi avrebbero fischiato. Accettai comunque un ingaggio a Torino, nel 1994, e salito sul palco sentii il pubblico gridare il mio nome. Fu un colpo al cuore: mi amavano ancora. Quell’esibizione mi riaprì le porte dello spettacolo: per un po’ feci avanti e indietro tra Italia e gli U.S.A., ma alla fine decisi di rientrare definitivamente. Sentivo che era il momento di riconquistare la mia dignità.

Veniamo a un altro aspetto: l’amore. Che ruolo ha avuto nella sua vita? Oggi vivo una fase completamente diversa: serena, bella, appagante, accanto a Daisy (n.d.r. Scaramella), che è al mio fianco nella vita e nel lavoro. Nel passato, invece, le relazioni sono state molto complicate: donne spesso aggressive e possessive, che mi facevano sentire colpevole anche senza motivo. È una sensazione terribile. Io sono sempre stato trasparente, arrivavo persino a condividere le mie password di e-mail e social, ma quella lealtà non è mai stata davvero compresa. Così i miei rapporti si trasformavano in conflitti continui, a volte persino in competizione.

Den Harrow con la compagna Daisy e l’amico Scialpi

Come è approdato all’“Isola dei Famosi”? Nel 2016, in un momento di difficoltà economica, contattai Giorgio Gori, allora produttore del programma, chiedendo di poter partecipare all’“Isola dei Famosi”, che all’epoca rappresentava un’occasione preziosa: chi vi partecipava ritrovava infatti una grande visibilità. Accettarono e partii. Ma quell’esperienza si rivelò durissima: non ero pronto. Ero turbato da problemi familiari e, in più, mi ritrovai in un ambiente ostile, inadatto al mio carattere diretto e impulsivo, incapace di tacere davanti alle ingiustizie o alle prepotenze.

Tra i vari ruoli – marito, padre, compagno – quale le ha insegnato di più? Come padre ho imparato moltissimo, anche attraverso gli errori. Come marito ho vissuto delusioni molto profonde, ma è l’amicizia ad avermi dato le lezioni più dure: i tradimenti mi hanno tremendamente ferito, anche se proprio da quelle ferite sono riuscito a rinascere. Oggi, come compagno, credo di essere la versione più sincera e autentica di me stesso. Ho capito che il tempo fugge e che rimuginare sul passato non serve: bisogna vivere giorno per giorno, cercando di dare il meglio di sé.

Ora vive a Malaga, come mai? A un certo punto sono stato travolto da accuse ingiuste e pesantissime di violenza domestica, contrarie a ogni mio principio e valore. Vedere la mia immagine infangata in televisione, sapendo che mia figlia e i miei amici assistevano a quelle trasmissioni, è stato devastante: sono caduto in una profonda depressione. Persino i gesti più semplici, come andare al panificio o passare in lavanderia, erano diventati un incubo: sentivo gli sguardi della gente addosso, pieni di sospetto. Fu allora che Daisy, la mia compagna, mi prese per mano e disse: “Andiamocene”. Facemmo un sopralluogo a Malaga, ci innamorammo del luogo e comprammo casa. Quella scelta mi ha letteralmente salvato la vita.

Alla fine le accuse sono cadute per insussistenza dei fatti contestati. Sì, ma per arrivare a quel punto ho dovuto affrontare dieci anni di processi che mi hanno portato via tutto: energia, salute, interi pezzi di vita. Oggi ho 63 anni, ma sento che almeno venti mi sono stati rubati dalla cattiveria di alcune persone. Ho pagato un prezzo altissimo, solo perché ero un personaggio pubblico.

Guardando indietro, quali errori eviterebbe? Cancellerei la partecipazione all’“Isola dei Famosi”, alcune relazioni sbagliate e, forse, anche la leggerezza con cui accettai di diventare Den Harrow. Con la saggezza di oggi sceglierei un percorso più semplice, magari un lavoro normale, che mi avrebbe garantito maggiore serenità. Perché Den Harrow mi ha dato tanto, è vero, ma mi ha anche tolto molto. Forse troppo.

Se dovesse dare un consiglio a un giovane artista che sogna la fama, cosa gli direbbe? Che il prezzo della caduta è altissimo. Ho visto colleghi incapaci di rialzarsi e altri condannati a inseguire per sempre una gloria che non tornerà. Il successo non è eterno: quando arriva bisogna accoglierlo con lucidità, risparmiare, costruire basi solide e, soprattutto, una mente salda, perché i colpi della vita arrivano sempre.