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Quante donne ci hanno portato fino a qui? Quante battaglie silenziose, quante lacrime nascoste, quanti sacrifici non raccontati? Ogni famiglia ha una storia che non è mai stata scritta. Alessia Vessicchio ha scelto di scrivere la sua, e nel farlo, ha scritto anche un pezzo della nostra.

Fino a te (Graus Edizioni) racconta cinque generazioni di donne attraverso un filo invisibile che parte dai primi anni del Novecento a Tunisi, nella comunità degli italiani d’Africa, attraversa la Napoli del 1943 e arriva fino ad Amalfi nel 1963, per giungere infine ai giorni nostri. Agostina, Gilda, Bianca, Vittoria, Mia, ognuna diversa, ognuna segnata dal proprio tempo, ognuna portatrice di una forza che non sempre sa di avere. È Mia, aspettando la sua Alice, a decidere di mettere tutto su carta, non per sé stessa, ma per chi verrà dopo. Per dirle che non si arriva a se stesse da sole, che c’è sempre qualcuna che ha portato fino a noi.

Abbiamo incontrato Alessia Vessicchio per parlare di questo libro che, pagina dopo pagina, smette di essere una storia e diventa uno specchio. Un libro che parla del passato ma non smette mai di parlarci di noi, oggi. Un libro che chi vive lontano dall’Italia sentirà risuonare in modo ancora più profondo, perché conosce già, nel cuore, cosa significa portarsi dietro le proprie radici come una casa che si viaggia addosso.

Il tuo romanzo attraversa epoche lontane, eppure leggendolo si ha la sensazione di riconoscersi, di trovare dinamiche e situazioni che appartengono anche al nostro presente. Quanto è stato consapevole, da parte tua, questo filo di attualità?
Sono partita proprio dalla consapevolezza che cambia il mondo intorno, cambiano i linguaggi, gli abiti, ma i sentimenti non cambiano. Le relazioni umane possono cambiare codice, ma non cambiano nella sostanza. Raccontare certi temi ha sempre una sua attualità, se vai a leggere i grandi romanzi classici dell’Ottocento, del Settecento, inglesi, francesi, ma anche italiani, trovi una contemporaneità in certe pagine che è spiazzante. Quindi ho parlato del 1900, del ’43, del ’63, nello stesso modo in cui oggi parlo e sento, sapendo di non fare un errore storico ed emotivo, perché ho contestualizzato tutto e mi è venuto naturale, senza perdere veridicità.

Nel libro c’è una figura che mi ha colpito molto: Vittoria Baldi. Non è legata a nessun vincolo di sangue con le altre protagoniste, ma le dedichi comunque un intero capitolo perché in qualche modo tiene insieme le loro storie. Chi è Vittoria per te e perché non poteva restare fuori da questo libro?
Vittoria è quell’aspirazione di ogni donna ad essere, quella ricerca, quella sensibilità unita alla forza. Con lei ho voluto raccontare un percorso: una donna può nascere Gilda, diventare Bianca, e può arrivare a essere Vittoria, perché lei racchiude un po’ tutto.
È stata anche la mia ispirazione, perché in certe cose, non nella sua storia di vita che ho romanzato, ma nel percorso al femminile, è quella che mi assomiglia di più. Delle donne che ho raccontato, mi sono riconosciuta molto in Gilda, nella sua solarità, nel riuscire a cogliere la gioia di quello che hai invece di soffrire per quello che non hai. Ma in Vittoria ho racchiuso tutte queste donne.
Nella vita ho scoperto che i legami fortissimi, anche non di sangue, possono sembrare di sangue più di quelli che lo sono davvero. L’ho vissuto sulla mia pelle e Vittoria è anche la donna che a vent’anni mi ero ripromessa di cercare di diventare. Non ci sono riuscita del tutto, ma in parte forse sì.

Lei è quella donna a cui bastava un piccolo contesto intorno per avere il mondo, perché ce l’aveva dentro. Ha scelto di restare nella sua Amalfi, ha scelto un uomo diverso da quello che ci si aspettava da una Vittoria. È stato un percorso duro, ma ho capito che mi ero avvicinata. E in alcune cose ancora aspiro a diventarla.

Vittoria e Caterina (sorella di Bianca), ad un certo punto della storia, si trovano a confrontarsi su una umiliazione che molte donne conoscono anche senza averla vissuta fino in fondo. Vittoria dice una cosa che suona come una verità universale, che certe esperienze, in una forma o nell’altra, prima o poi toccano quasi ogni donna. Eravamo negli anni ’60 ma leggendolo il lettore può pensare che sia una conversazione avvenuta ai nostri giorni.
La violenza c’è sempre stata, non è che oggi si racconta di più perché è aumentata. Prima era più sdoganata, più accettata. L’uomo di un certo valore, quello che si diceva “tutto d’un pezzo”, aveva un peso diverso. Oggi invece purtroppo il valore maschile, inteso non come machismo ma come forza, cuore, responsabilità, è molto decaduto.
Non sono tra quelle donne che condannano gli uomini in blocco. Molti non si rendono nemmeno conto di quanto una donna possa essere ferita da una parola, da un comportamento, da un’irruenza relazionale che si scontra con una fragilità femminile profonda. In quel breve discorso ho voluto dire che nessuno si permetta di giudicare perché non esiste una scala di “più o meno grave” nel turbare una fragilità di una donna.

 E credi che per le Alice che verranno cambierà qualcosa?
No, spero però che cambierà una cosa: che le donne imparino a essere più forti, e che quella forza compensi la fragilità. Ci vuole il dialogo, anche nel rapporto, spero che Alice, con il suo compagno, possa avere un rapporto alla pari, senza quell’ansia di piacere, senza diventare uno straccio nelle mani dell’insicurezza.
Il femminismo vero non è fare cinque cose contemporaneamente fino a distruggersi – lavorare, pulire casa, crescere figli, guadagnare quanto un uomo ed essere anche brave amanti. È la libertà di scegliere. È essere rispettate. È potersi dire: “Sono questa, se ti vado bene bene, altrimenti trovo qualcun altro.” Spero che le Alice imparino a guardarsi attraverso i propri occhi, non attraverso quelli dell’uomo che hanno di fronte, rispettandosi e avendo cura e amore prima di se stesse.

 

 

Il romanzo comincia con la comunità degli italiani a Tunisi nei primi del Novecento, persone che lasciano tutto per ricominciare altrove. Chi legge questo libro vivendo lontano dall’Italia porta con sé esattamente quello di cui tu scrivi: radici, memorie, un’identità costruita su storie di famiglia che rischiano di perdersi. Cosa vorresti che portassero via dalla lettura?
Io sono figlia di italiani d’Africa, mia nonna è nata a Tripoli, mio nonno a Tunisi, la mia famiglia è tornata in Italia negli anni Sessanta. Ho vissuto tutta la mia infanzia con i racconti di cosa significava essere lontani dalla propria terra. E io stessa, quando a diciassette anni mi sono trasferita da Napoli a Roma, ho vissuto quello spostamento come un trauma che porto ancora dentro. Non oso immaginare chi ha attraversato l’oceano, chi è arrivato in un paese di cui non capiva la lingua, e ha cercato di ritrovarsi cucinando un ragù, sentendo una musica, riconoscendo un profumo.
Quello che vorrei lasciare a chi legge lontano dall’Italia è questo: le radici non si spezzano. Si portano ovunque e sono la tua forza più grande. Chi vive lontano dalla propria terra porta una malinconia romantica che non passa mai, ma è anche quella malinconia a renderlo speciale, a dargli una marcia in più. Ci vuole un coraggio enorme vivere tutta la vita lontano da dove sei nato. E questo libro, in fondo, è tutto lì, nel filo invisibile che passa di generazione in generazione, e che non si spezza mai del tutto.

In prima pagina hai scritto a tuo padre, Beppe Vessicchio, una lettera chiedendogli scusa per aver aspettato troppo. Tuo padre era capace di emozionare milioni di persone con la musica. Tu hai la capacità di emozionare con le parole. C’è un momento, mentre scrivevi, in cui hai sentito che stavate facendo la stessa cosa con strumenti diversi?
Se ho scritto questo libro a cinquant’anni è stato grazie a lui. Ricordo una passeggiata nella nostra casa di campagna vicino Roma, quei momenti senza telefoni, senza niente, solo chiacchiere e camminare nei campi. Era un periodo in cui non stavo bene, avevo capito che la televisione non era più la mia strada, la mia gente, il mio tempo. Stavo tirando troppo la corda.
In quella passeggiata papà mi disse: “Fermati. Fai quello che senti. Non sei mai fuori tempo.” Ho smesso, mi sono ripresa, e ho ripreso in mano questo libro. L’ho fatto mettendoci tempo, amore e cura.
Quando a settembre sono andata da lui e gli ho detto che avevo trovato un editore, aveva un’espressione che non dimenticherò mai. Gli ho detto: “Ti regalo una copia, poi la leggi.” Ma la vita ci insegna che non bisogna rimandare mai. Però ho capito, in questi mesi, che forse non è così importante che non l’abbia letto. Quello che conta è che lui mi ha visto farcela. Se n’è andato sapendo che avevo trovato la mia strada, che stavo bene, che ero tornata a essere fedele a me stessa. E questo, in fondo, era tutto quello che voleva per me.

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