Erik Zanon vive a Madrid da otto anni. È partito per lavoro, ma soprattutto per trovare uno spazio in cui poter essere sé stesso. Oggi racconta cosa significa osservare l’Italia da lontano, tra emigrazione, identità, diritti e senso di appartenenza. Perché, a volte, è proprio la distanza a restituire l’immagine più nitida del nostro Paese.
Ad un certo punto, nella vita di chi parte, la geografia smette di essere una questione di chilometri e diventa una questione di prospettiva. Il Paese che hai lasciato continua ad abitarti, ma inizi a guardarlo da una distanza diversa. Non necessariamente con nostalgia, ma con uno sguardo più lucido, capace di coglierne insieme le straordinarie ricchezze e le contraddizioni.
È da questa idea che nasce Italia Globale, il nuovo progetto editoriale di United States of Italy: raccontare l’Italia attraverso gli occhi di chi la vive oltre i suoi confini. Non una raccolta di storie di italiani all’estero, ma un viaggio dentro un Paese che continua a esistere ben oltre la sua geografia.
La serie continua con Erik Zanon, veneto, residente a Madrid, dipendente pubblico, attivista per i diritti civili e segretario del Partito Democratico di Madrid. La sua esperienza racconta una generazione che non parte soltanto per inseguire un’opportunità professionale, ma anche per cercare un luogo in cui vivere con maggiore libertà e sentirsi pienamente riconosciuta.
La conversazione, però, va oltre la sua vicenda personale. Parla dell’Italia, di ciò che trattiene e di ciò che spinge a partire. Di cosa cambia quando la si osserva da fuori. E di una domanda che riguarda tutti noi.

Si può partire dall’Italia non per scappare, ma per riuscire finalmente a essere sé stessi?
«Quando parliamo di italiani che lasciano il Paese continuiamo a usare un’espressione che racconta solo una parte della realtà: la fuga dei cervelli. Il problema esiste, certo. Lo Stato investe nella formazione dei giovani, ma troppo spesso non riesce a valorizzarne competenze e talento. Oggi, però, il fenomeno è molto più ampio.
In Spagna incontro architetti, medici, insegnanti, manager, camerieri, elettricisti, operatori di call center. Persone con età, storie e professioni completamente diverse. Alcune hanno persino accettato condizioni economiche non migliori rispetto a quelle che avevano in Italia. E allora la domanda è inevitabile: perché partire?
Credo che la risposta non sia soltanto economica, ma culturale. L’Italia continua a parlare di giovani, innovazione e merito, senza riuscire a trasformare questi principi in un progetto concreto. Manca un sistema capace di valorizzare davvero le persone, le loro competenze e anche le loro diversità.
Per questo preferisco parlare di emigrazione. Chi parte oggi, nella maggior parte dei casi, non fugge. Sceglie. Sta cercando un luogo in cui costruire il proprio futuro con più opportunità e maggiore equilibrio
La Spagna è diventata una delle principali destinazioni degli italiani e, allo stesso tempo, uno dei Paesi da cui si torna meno. È il segnale più evidente che, per molti, partire non rappresenta più una parentesi, ma una scelta di vita.»
Madrid è arrivata nella tua vita due volte. Cosa hai trovato lì che in Italia sentivi di non riuscire a trovare?
«Tutto è iniziato con un Erasmus a San Sebastián, nel 1999. Avevo scelto la Spagna per imparare una lingua e conoscere una cultura diversa, ma dentro di me stavo cercando soprattutto di capire chi fossi. Da tempo mi interrogavo sul mio orientamento sessuale e sentivo il bisogno di concedermi uno spazio di libertà. Ancora prima di diventare uno dei Paesi europei più avanzati sui diritti civili, la Spagna rappresentava proprio questo: il luogo in cui conoscermi senza paura.»
Conclusa quell’esperienza, Erik torna in Italia. Si laurea, costruisce una carriera a Milano e diventa manager di una multinazionale americana. Poi, nel 2018, decide di ripartire.
«Dopo la fine di una relazione durata quindici anni ho capito che era arrivato il momento di ricominciare. Nonostante il lavoro e la stabilità, in Italia continuavo a non sentirmi davvero libero di essere la persona che ero.
Ricordo una frase ascoltata durante il World Pride di Madrid: “Se non siamo noi i primi a lottare per i nostri diritti, nessun altro lo farà.” Mi accompagna ancora oggi. Avevo bisogno di vivere in una società nella quale non dovessi continuamente giustificare chi fossi, ma potessi semplicemente vivere. Oggi non sono più un manager. Sono un dipendente pubblico e dedico gran parte del mio tempo all’attivismo, alla politica e alla difesa dei diritti civili. È un percorso diverso, ma è quello che sento davvero mio.»

Erik durante la manifestazione Orgullo Madrid
La tua storia dimostra che, per alcune persone, emigrare non significa soltanto cercare un lavoro migliore, ma anche un luogo in cui sentirsi pienamente riconosciute. Quanto ha inciso questo nella tua scelta di lasciare l’Italia?
«Ha inciso molto. La mia scelta non è stata soltanto professionale. Sentivo il bisogno di vivere in una società in cui non dovessi continuamente spiegare o giustificare chi fossi.
Quando sono arrivato in Spagna ho trovato un Paese che aveva già intrapreso con decisione la strada dell’inclusione. Ho visto coppie omosessuali vivere la propria quotidianità con naturalezza, persone transgender lavorare nei servizi pubblici, bandiere arcobaleno ai balconi senza che questo suscitasse particolare clamore. Non è un paradiso e anche qui esistono discriminazioni. La differenza, però, sta nella risposta della società, che tende a isolare chi discrimina, non chi viene discriminato.
In Italia il dibattito continua troppo spesso a concentrarsi sull’esistenza delle persone LGBTIQA+, come se fossero un tema da discutere anziché cittadini con gli stessi diritti di tutti gli altri. Nel frattempo la società è già cambiata. Le nuove generazioni vivono identità e orientamenti con molta più naturalezza. La politica dovrebbe avere il coraggio di ascoltare questa evoluzione, invece di rincorrerla. Non credo che i diritti tolgano qualcosa a qualcuno. Al contrario, una società che include è una società che cresce.»
Che rapporto hai oggi con l’Italia? C’è qualcosa che ti manca e qualcosa che, invece, non rimpiangi?
«La cosa che mi manca di più? Il caffè italiano, senza alcun dubbio. Noi italiani abbiamo un rapporto quasi religioso con il caffè e ogni volta che ordino un café solo in Spagna mi ricordo immediatamente perché.»
Sorride, poi la risposta si fa più profonda.
«In realtà non ho mai interrotto il mio rapporto con l’Italia. Torno tre o quattro volte l’anno, ci sono la mia famiglia, gli amici e continuo a impegnarmi nella vita politica e sociale del Paese anche vivendo all’estero. Mi piace pensare di poter dare ancora il mio contributo.»
Vivere all’estero significa spesso fare i conti con più identità. Oggi ti senti più italiano, più europeo o entrambe le cose convivono?
«Mi sento sicuramente europeo. Sono cresciuto con l’idea di un’Europa capace di superare i confini senza cancellare le identità nazionali. Essere europeo, per me, non significa smettere di essere italiano. Porto con me la cultura del mio Paese e anche quella del Veneto, la terra in cui sono cresciuto.»
«Prima ancora delle appartenenze geografiche, però, mi riconosco nella comunità queer. È una comunità che non ha confini e si riconosce in un’idea universale di uguaglianza e giustizia sociale. È una comunità costruita attraverso battaglie che hanno restituito dignità a milioni di persone e che continua a difendere chi, ancora oggi, rischia persecuzioni o il carcere soltanto per ciò che è. “

Budapest Pride 2025. Erik Zanon durante la manifestazione che il governo ungherese aveva cercato di impedire attraverso una legge che prevedeva il divieto dell’evento e sanzioni per i partecipanti.
La comunità italiana in Spagna è tra le più numerose d’Europa. Chi sono oggi gli italiani che scelgono Madrid e, più in generale, la Spagna?
«La comunità italiana è molto più eterogenea di quanto si immagini. Parliamo di circa 450 mila persone, alle quali si aggiungono molti italo-discendenti provenienti soprattutto dall’Argentina e dal Venezuela. Ci sono famiglie, professionisti, ricercatori, studenti, imprenditori, pensionati e persone che hanno scelto la Spagna perché qui hanno trovato una migliore qualità della vita o un contesto più inclusivo. C’è un dato che mi colpisce molto. Molti italo-discendenti possiedono un passaporto italiano ma, quando decidono di trasferirsi in Europa, scelgono la Spagna e non l’Italia.
Significa che il richiamo delle proprie origini, da solo, non basta a rendere il nostro Paese un luogo in cui costruire il proprio futuro. L’Italia resta il Paese delle vacanze, del turismo delle radici, della memoria familiare. Molto meno, purtroppo, quello in cui scegliere di vivere. Gli italiani che incontro qui sono, in generale, più rilassati, più sereni, più sorridenti. Hanno trovato un equilibrio diverso. E quasi tutti mi dicono la stessa cosa: non pensano di tornare.»
L’Italia viene spesso raccontata come un Paese accogliente. Vista da Madrid, lo è davvero per tutti?
«L’immagine dell’Italia è ancora quella di un popolo aperto, generoso e ospitale, e credo che questa reputazione sia, in buona parte, meritata. Allo stesso tempo, però, ho la sensazione che negli ultimi anni il nostro Paese abbia smesso di interrogarsi sul significato più profondo dell’accoglienza. In Spagna il rispetto dell’altro è diventato, pur con tutti i limiti che ancora esistono, un valore condiviso.
Vale per le persone migranti, per la comunità LGBTQ+ e, più in generale, per chiunque sia percepito come diverso dalla maggioranza. In Italia, invece, ho l’impressione che queste differenze continuino troppo spesso a occupare il centro del dibattito pubblico, quasi fossero un problema anziché una ricchezza. Forse dovremmo chiederci se siamo davvero un Paese accogliente con tutti oppure soltanto con chi ci somiglia di più.»
Da segretario del Partito Democratico di Madrid incontri ogni giorno italiani che hanno scelto di vivere all’estero. Si sentono ancora rappresentati dalla politica italiana?
«Chi arriva in Spagna raramente cerca subito un partito o un’associazione. All’inizio prevale una certa disillusione, la stessa che, spesso, ha contribuito alla scelta di partire. Con il tempo, però, molti riscoprono il desiderio di partecipare e di continuare a dare il proprio contributo alla vita del Paese.
Vivere all’estero cambia anche il modo di guardare la politica. In Spagna percepisco maggiore chiarezza nelle posizioni dei partiti e un rapporto più diretto tra cittadini e istituzioni. Pur con tutte le sue difficoltà, è una politica che riesce ancora ad appassionare. E questo porta molti italiani a guardare con occhi diversi anche ciò che accade nel nostro Paese, nella speranza che ciò che funziona altrove possa un giorno trovare spazio anche in Italia.»

Zanon alla giornata in occasione del 25 Aprile a Madrid
L’emigrazione cambia inevitabilmente lo sguardo sul proprio Paese. Qual è la lezione più importante che Madrid ti ha insegnato sull’Italia?
«Madrid mi ha insegnato a vivere con maggiore leggerezza. Non quella della superficialità, ma quella di una società che sembra aver capito che non tutto deve essere perfetto. Qui le persone si preoccupano meno dei formalismi e molto di più delle relazioni. Ci si incontra dopo il lavoro senza guardare continuamente l’orologio, ci si dà del “tu” con naturalezza, si vive lo spazio pubblico come qualcosa da condividere. È un modo diverso di stare insieme, più spontaneo e, forse, anche più umano.
Ho imparato che si può essere seri senza essere rigidi, professionali senza nascondersi dietro i formalismi. È una cultura che mette al centro il bene comune e la qualità della vita, aspetti che noi italiani, a volte, rischiamo di sacrificare inseguendo regole, apparenze e convenzioni.
Ma vivere in Spagna mi ha insegnato anche a guardare l’Italia con occhi diversi. Da qui ho scoperto quanto il nostro Paese sia amato. Gli spagnoli guardano all’Italia con autentica ammirazione: per la cucina, la moda, il design, l’arte, la capacità di trasformare creatività e ingegno in eccellenza. Spesso siamo noi italiani i primi a dimenticarcene.
L’Italia resta un Paese straordinario. Abbiamo talento, cultura, una lingua bellissima e uno stile riconosciuto in tutto il mondo. Ma queste qualità, da sole, non bastano. Se non sono accompagnate dalla capacità di innovare, includere e creare opportunità, rischiano di diventare soltanto una splendida vetrina. Essere una grande potenza industriale o sedere nel G7 conta poco se, ogni anno, centinaia di migliaia di persone scelgono di costruire il proprio futuro altrove.
La lezione più importante, però, è un’altra. Vivere all’estero mi ha insegnato che si può amare profondamente un’altra cultura senza perdere la propria identità. Non bisogna scegliere tra ciò che si era e ciò che si diventa. Le due cose possono convivere. Ed è proprio questa consapevolezza che mi ha fatto riscoprire, ancora di più, il valore dell’essere italiano.»

Erik Zanon in Marocco
Mentre lascio Erik, continuo a ripensare a una frase che, forse più di tutte, racchiude il senso di questa conversazione: «Non si parte sempre per scappare. A volte si parte per riuscire, finalmente, a essere sé stessi.»
È questa la lezione più importante che ci consegnano gli italiani nel mondo. Per troppo tempo abbiamo raccontato l’emigrazione come una perdita. Una fuga. Un numero. Un dato statistico. Ma dietro ogni partenza ci sono persone, scelte, identità che si trasformano, famiglie che ricominciano altrove e un legame con l’Italia che, spesso, non si spezza: cambia forma.
Con Italia Globale vogliamo raccontare proprio questo. Non soltanto chi è partito, ma ciò che vede dell’Italia chi la osserva da lontano. Perché la distanza, a volte, non allontana: mette a fuoco.
Ma questo è il paradosso più bello. Ci sono italiani che hanno scelto di vivere altrove, ma continuano ad amare il proprio Paese abbastanza da non smettere mai di immaginarlo migliore.




