Con la responsabile del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, United States Of Italy inaugura un viaggio nelle comunità italiane all’estero. Una storia fatta di partenze e ritorni, nuove famiglie, giovani, anziani e territori che continuano a vivere ben oltre i propri confini.
“Per capire davvero l’Italia, a volte bisogna guardarla da lontano”.
È una convinzione maturata negli anni da Delfina Licata, sociologa delle migrazioni e responsabile del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, che da oltre vent’anni studia e racconta le trasformazioni della mobilità italiana. Un lavoro di ricerca diventato anche scrittura e racconto, come nel suo libro “L’Italia e i figli del vento: Mobilità interna e nuove migrazioni”, dedicato a un Paese che continua a muoversi, dentro e oltre i propri confini.

«Quando ho bisogno di ritrovare entusiasmo per il nostro Paese, vado all’estero. È lì che riesco a ricaricare le batterie di questa particolare energia. Ci sono comunità che ci insegnano ad amare un territorio che magari non hanno mai visto, ma che hanno conosciuto attraverso i racconti dei nonni e dei bisnonni».
È da questa immagine che United States of Italy sceglie di cominciare il suo viaggio nelle comunità italiane nel mondo. Un viaggio che attraverserà Paesi, città e generazioni per raccontare non soltanto chi è partito, ma ciò che l’Italia è diventata fuori dall’Italia: le identità che ha generato, i legami che resistono, le nuove appartenenze e quella geografia sentimentale che, ancora oggi, unisce piccoli paesi italiani a luoghi lontanissimi.
E non poteva che cominciare dai numeri, dalle storie e dallo sguardo di chi, da vent’anni, prova a restituire tutta la complessità di un fenomeno che troppo spesso continuiamo a raccontare attraverso una parola sola: emigrazione.
Per Delfina Licata, invece, la parola giusta è mobilità. Perché l’Italia non è semplicemente un Paese dal quale si parte. È un Paese di partenze, arrivi, ripartenze e ritorni. Un movimento continuo che attraversa la nostra storia e che oggi racconta molto del nostro futuro.
Per molti italiani l’emigrazione appartiene ai libri di storia e alle fotografie in bianco e nero. È davvero così?
L’Italia non si è mai trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, ma è da sempre un Paese di mobilità, e di mobilità plurima: partenze dai nostri territori, arrivi, ripartenze e ritorni. È un movimento continuo e costante nel tempo, al punto che oggi possiamo parlare della mobilità italiana come di un fenomeno strutturale.
Non c’è praticamente un comune italiano che non sia stato interessato dalle partenze, così come non c’è lembo di terra nel mondo dove non sia approdata un’italiana o un italiano.
È proprio questa consapevolezza che ha portato alla nascita e poi allo sviluppo del Rapporto Italiani nel Mondo. La prima edizione risale al 2006 e quella che doveva essere inizialmente un’esperienza editoriale è diventata, negli anni, un vero progetto culturale e uno studio sistematico della mobilità italiana.
I dati di allora ci aprirono gli occhi su una realtà che era stata in parte dimenticata: dell’emigrazione italiana non bisognava parlare al passato, ma al presente. Vent’anni fa gli italiani ufficialmente residenti all’estero erano circa 3,1 milioni; oggi superano i 6,5 milioni. E parliamo soltanto delle presenze ufficiali, perché esiste anche un sommerso di persone che vivono all’estero senza essere iscritte all’AIRE e che, quindi, sfuggono alle statistiche ma certamente non alla realtà.

Chi sono gli italiani che partono oggi?
La realtà è molto più complessa di quanto spesso venga raccontato. È vero che i giovani e i giovani adulti rappresentano una parte importante delle partenze: nell’ultimo anno, su oltre 123 mila iscrizioni all’AIRE per espatrio, circa la metà ha riguardato persone tra i 18 e i 34 anni. Un altro 23% è rappresentato dalla fascia immediatamente successiva.
Ma non partono soltanto i giovani. Oltre il 10% è costituito da minori, il che significa che a spostarsi sono anche interi nuclei familiari, mentre una quota riguarda gli over 65.
Anche la narrazione secondo cui a lasciare l’Italia sarebbero esclusivamente persone altamente qualificate va precisata. Negli ultimi anni è cresciuto in maniera molto significativa il peso dei laureati che decidono di partire rispetto al totale dei laureati italiani, ed è certamente un dato importante. Ma, se guardiamo alla totalità degli espatri, resta forte la presenza di persone con titoli di studio medio-bassi.
Il nostro compito è proprio questo: raccontare la realtà per quella che è, nella sua complessità, evitando formule semplicistiche che rischiano di restituire solo una parte del fenomeno.
Che cosa cercano altrove coloro che lasciano l’Italia?
Quando intervistiamo i giovani, la stragrande maggioranza non ci parla direttamente né di lavoro né di retribuzione. Ci racconta, piuttosto, della necessità di raggiungere un miglioramento esistenziale.
La risposta a una serie di desideri viene cercata all’estero perché l’Italia viene percepita come un luogo di fragilità, un Paese nel quale diventa difficile progettare in maniera strutturale il proprio futuro. All’interno di questa dimensione esistenziale ci sono naturalmente il lavoro e la retribuzione, ma anche il desiderio di creare una famiglia e di diventare genitori.
E vediamo che spesso, dopo tre o cinque anni di permanenza all’estero, quando arriva la sicurezza di un posto di lavoro e di una retribuzione, questi progetti effettivamente si realizzano. Nascono famiglie e nascono figli all’estero che, per legge, sono cittadini italiani.
La crescita della comunità italiana nel mondo, quindi, non deriva soltanto dalle nuove partenze o dalle generazioni storiche dell’emigrazione: è alimentata anche da queste nuove famiglie italiane che nascono fuori dai confini nazionali.
La mobilità riguarda anche gli anziani?
La mobilità previdenziale è una delle realtà meno conosciute. Ci sono innanzitutto i cosiddetti “nonni babysitter”. Quando i figli emigrati costruiscono una famiglia e nascono i bambini, spesso i nonni materni e paterni si alternano per periodi di alcuni mesi, trasferendosi all’estero per aiutare figli e nipoti.
In alcuni casi quello che nasce come un trasferimento temporaneo diventa definitivo. Perché, in fondo, al cuore non si comanda e all’affetto per i nipoti diventa difficile rinunciare.
Ma esistono anche pensionati che decidono di trascorrere l’ultima parte della propria vita altrove. Alcuni scelgono Paesi con regimi fiscali più favorevoli per dare maggiore valore alla propria pensione; altri, con disponibilità economiche più consistenti, cercano luoghi dal clima più mite e dalla vita più confortevole, come le Canarie.
Tutto questo ci dice che la mobilità italiana contemporanea è estremamente complessa e attraversa tutte le età della vita. Merita attenzione, ma soprattutto merita il giusto tempo per essere raccontata.
Siamo ancora di fronte a una fuga dall’Italia o dovremmo imparare a leggere diversamente il fenomeno?
In Italia abbiamo un problema culturale: tendiamo a considerare la mobilità come qualcosa di negativo, legato alla carenza e alla mancanza. È una percezione che ci riporta alle fotografie in bianco e nero, ai volti segnati dalla guerra, alla necessità di partire per sopravvivere.
Ma muoversi significa anche andare incontro a opportunità, arricchirsi come persone attraverso il confronto con altre culture e crescere professionalmente entrando in contatto con una diversa cultura del lavoro.
Il vero problema italiano non è la partenza in sé. Il problema è che abbiamo una mobilità malata, perché è prevalentemente unidirezionale: dall’Italia si parte, ma non sempre si può scegliere di ritornare.
Quando il percorso migratorio diventa circolare, quando alle partenze corrispondono i ritorni, allora possiamo parlare di un processo migratorio virtuoso. E quando parlo di ritorni non mi riferisco soltanto agli italiani. Paesi come Germania, Svizzera e Francia conoscono anch’essi fenomeni di emigrazione, ma allo stesso tempo riescono ad attrarre competenze e professionalità provenienti da altre nazioni.
L’Italia, purtroppo, non riesce né a trattenere molti dei propri giovani né ad attrarre stabilmente quelli di altre nazionalità. Anche gli studenti stranieri che studiano nel nostro Paese, una volta conseguito il titolo, spesso scelgono di utilizzarlo altrove.
Chi torna è la stessa persona che era partita? E l’Italia è pronta ad accoglierla?
Esiste ancora l’idea che chi ritorna sia la stessa persona che era partita. Ma non è così. Il percorso migratorio plasma, cambia, arricchisce. Si acquisiscono nuove competenze linguistiche, ci si confronta con altre culture e si sviluppa anche un diverso modo di pensare il lavoro e la vita.
Inoltre, sempre più spesso si creano famiglie interculturali, multilingue e pluriculturali. Questa internazionalità deve essere riconosciuta e valorizzata dai territori che desiderano favorire il rientro.
Pensiamo a una famiglia internazionale con figli che frequentano una scuola internazionale. Già questo elemento condiziona la scelta del luogo in cui tornare, perché al di fuori di grandi città come Roma e Milano determinati servizi sono molto più difficili da trovare, soprattutto nelle aree interne.
Il rischio è che proprio i territori maggiormente colpiti dallo spopolamento finiscano per essere esclusi a priori dalle possibilità di rientro. Per invertire questa dinamica bisogna riconoscere che la persona che ritorna porta con sé nuove caratteristiche, competenze e bisogni. E sono anche i territori a doversi trasformare per riuscire ad accoglierla.
Che cosa cerca davvero chi torna nei luoghi delle proprie radici?
Il turismo delle radici è un fenomeno che chi lavora nel campo della mobilità italiana conosce da sempre, perché il sogno nel cassetto dei nostri connazionali è sempre stato quello di poter tornare nel proprio Paese.
Ci sono sempre stati momenti della vita considerati essenziali per questo ritorno: il matrimonio, il Natale, la Pasqua, una festa religiosa, un battesimo o il rientro dopo la pensione. Quello che oggi definiamo turismo delle radici ha una storia molto più antica.
Negli ultimi anni questo fenomeno si è professionalizzato e ha assunto anche una dimensione economica e turistica. Ma bisogna comprendere che chi arriva nei territori delle proprie origini spesso non li ha mai visti. Li ha conosciuti attraverso le parole dei nonni o dei bisnonni.
Queste persone vogliono ripercorrere i cammini dei propri antenati, ritrovare una casa, vedere le tombe dei propri cari, toccare le mura dei luoghi nei quali sono accaduti episodi familiari tramandati per generazioni. È un’esperienza emotivamente molto forte.
Per questo non possiamo considerarlo un turismo fine a se stesso. Certamente esiste una dimensione economica, ma c’è soprattutto una sfera emotiva che deve essere rispettata. Il turista delle radici non deve essere lasciato solo: va accompagnato professionalmente, ma anche umanamente, lungo una strada tracciata molto tempo prima da chi gli ha raccontato quei luoghi.
United States of Italy nasce proprio dall’Irpinia e dall’esperienza di chi, partendo da questa terra e vivendo all’estero, ha imparato a guardarla da lontano. Per questo non possiamo non chiederle: che cosa racconta oggi l’Irpinia della storia e del presente dell’emigrazione italiana?
Per capire pienamente cosa significhi la mobilità per l’Italia di oggi è indispensabile passare dal livello macro al livello micro, dal nazionale al regionale, al provinciale e infine al comunale. Bisogna studiare l’impatto concreto che la mobilità ha avuto sui territori.
E bisogna anche sfatare un mito: le aree interne non sono esclusivamente una questione meridionale. Esistono al Sud, al Centro e al Nord. Sono i territori del margine, contrapposti alle grandi aree metropolitane, e possono essere zone montane così come costiere.
L’Irpinia è certamente una terra che conta moltissimo nella storia della mobilità italiana e che può raccontarla attraverso le comunità costituitesi all’estero, penso per esempio alla Svizzera, ma anche attraverso ciò che accade oggi.
Per comprendere veramente questi territori bisogna studiare le partenze, le comunità nate altrove e l’impatto che tutto questo ha avuto sui singoli paesi e sulle persone che vi abitano.
Con Delfina Licata comincia il viaggio di United States of Italy nelle comunità italiane nel mondo. Non una mappa nostalgica dell’Italia che fu, ma il racconto di un Paese che continua a vivere oltre i propri confini, trasformandosi attraverso nuove generazioni, nuove lingue, nuove famiglie e nuove identità.
Perché forse l’Italia non finisce dove termina la sua geografia. Forse una parte dell’Italia più profonda continua a vivere proprio là dove qualcuno, a migliaia di chilometri di distanza, pronuncia ancora il nome del paese dei propri nonni come se fosse casa.




